Evgeny Morozov

Lo stalking dell’algoritmo – Intervista a Evgeny Morozov

«L’aggiornamentismo, con la sua dose di fastidi, è veleno e cura insieme. La vera malattia è la noia. Il vuoto di fondo che ci fa salutare l’ennesimo suggerimento non richiesto della macchina a installare l’ultima versione disponibile come un affettuoso consiglio anziché stalking dell’algoritmo. Solo in questo contesto, spiega Evgeny Morozov, si può comprendere l’inestinguibile desiderio di novità, siano iterazioni di software o di messaggi sui social network. Nessuno, incluso lui che insegna “tecnologie della liberazione” a Stanford e ha criticato l’ingenuità della rete (in L’ingenuità della rete, Codice Edizioni) e desacralizzato il fondatore della Apple in Contro Steve Jobs (sempre Codice), sembra sfuggire a questa nuova dipendenza, indotta dalle aziende informatiche.

 

Una volta il verbo aggiornare aveva un’accezione positiva. Adesso sembra che il tecno-consumismo gli valga una cattiva reputazione: concorda?

A me piace ancora e non è stato trasformato in una parodia come share, condividere. Ci sono gli aggiornamenti su Facebook e Twitter, e possiamo riflettere su come questi siti rendano la novità una merce, trasformandola in una droga potente. Detto questo, credo che il termine starebbe bene nelle categorie post-umaniste di Bruno Latour e Peter Slotderdijk, dove lo scopo è lavorare sull’automiglioramento, dell’individuo o della società. Con questa accezione consapevole di aggiornamento non ho alcun problema.

 

Ma le aziende che ci chiedono costantemente di aggiornare le app non temono di infastidirci?

Il software gioca un ruolo sempre maggiore nelle nostre vite. E dal punto di vista degli sviluppatori, cinicamente, gli aggiornamenti sono un modo per dimostrare che fanno progressi. L’altro aspetto è la cybersicurezza. Tutte queste app, per arrivare prima degli altri sul mercato, sono piene di falle. Non tappandole si rischierebbe di esser cacciati dall’Apple Store e dalle altre piattaforme.

 

C’è chi suggerisce, non da oggi, che le nuove release siano un modo per accelerare l’obsolescenza dell’hardware, costringendo a comprarne di nuovi.

Non mi sembra il punto chiave. Se i programmatori non aggiustano i difetti, gli hacker festeggiano e il cliente piange. Più della filosofia dell’updating mi interessa la sua estetica. Abbiamo davvero bisogno di sapere che il sistema è stato aggiornato? Perché Apple vuole che io autorizzi gli aggiornamenti piuttosto che farli in automatico? Compagnie diverse hanno approcci diversi. In teoria aggiornare attivamente dovrebbe renderci più consapevoli dell’infrastruttura tecnologica in cui risediamo».

 

Riccardo Staglianò, La Repubblica (per continuare a leggere, scarica il PDF a lato).

 

 

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