Fame

Quando la fame bussa all’ipotalamo – Un estratto da “Fame” di Sharman Apt Russell

Ci svegliamo affamati. E sopportiamo i morsi della fame per alcuni minuti prima di rompere il digiuno. Più tardi possiamo saltare il pranzo o la cena. Possiamo digiunare per motivi religiosi, o prima di un intervento chirurgico. Possiamo fare un digiuno di tre giorni per depurare il nostro corpo dalle tossine e dalla noia. Possiamo impegnarci in un digiuno persino più lungo, per imitare Gesù nel deserto o per perdere peso. Possiamo intraprendere uno sciopero della fame. Se siamo naufraghi in mezzo al mare, se abbiamo perso il lavoro, se siamo in guerra, potremmo aver fame non per scelta.
Il nostro corpo è un sistema di comunicazione: messaggi, risposte, aggiornamenti. La fame e la sazietà ne sono alla base. Ogni giorno, apprendiamo qualcosa in più sul funzionamento di questo sistema. Sappiamo quali ormoni circolano nel sangue urlando: “Mangia!”. Sappiamo quali li seguono mormorando: “Basta così”. Sappiamo che è relativamente semplice reprimere questo secondo segnale. Un gene funziona male, e una bimbetta di tre anni arriva a pesare 45 chili: il suo corpo non le dice quando smettere di mangiare. Quel segnale è influenzato, in modo complesso, dalla genetica, dalla chimica e dalla cultura. Per molti di noi, è diventato un segnale disturbato. Il nostro corpo non si fa sentire, o non si fa sentire abbastanza.
Il segnale della fame è molto, molto più difficile da sopprimere. Noi esseri umani siamo degli onnivori, con un cervello più grande del normale che richiede moltissima energia. Il modo in cui ci procacciamo il cibo non è qualcosa in cui ci siamo specializzati; più che altro siamo sempre vigili, sempre pronti, con una pietra o un bastone stretti in pugno. Ci piace mangiucchiare tutto il giorno, e siamo particolarmente attratti dal pezzetto ipercalorico di grasso che circonda il rognone del cervo e dal gusto dolce delle bacche. Il nostro amore per il grasso e lo zucchero è stato associato alle stesse reazioni chimiche che caratterizzano la dipendenza da alcol e droga; nel caso del cibo, tali reazioni potrebbero incoraggiare il comportamento alimentare: ci viene facilmente fame, troviamo del cibo, otteniamo un appagamento chimico. Quindi ci viene di nuovo fame. Ed è un bene, perché la prossima volta che cercheremo del cibo potremmo anche non trovarne: meglio continuare a mangiare finché è possibile.
Gli esseri umani si sono evoluti in modo tale da poter affrontare un giorno sfortunato di caccia, una settimana sfortunata di caccia, un cattivo raccolto, un anno di cattivi raccolti. Avevamo fame persino nel Giardino dell’Eden, quello che alcuni antropologi chiamano il “Paleoterrific”, un mondo abitato da grandi animali e relativamente pochi umani. Ossa e denti risalenti al Paleolitico a volte mostrano una pausa innaturale nella crescita, segno di scarsità di cibo. La nostra dieta non migliorava via via che la popolazione cresceva e le specie di grande selvaggina si estinguevano. Nel Mesolitico, andammo maggiormente in cerca di piante e cacciammo selvaggina più piccola con nuovi attrezzi come reti e lacci. Nel Neolitico, inventammo l’agricoltura, che permise la nascita delle città. Non c’è prova che uno qualsiasi di questi cambiamenti abbia ridotto le probabilità di inedia o malnutrizione. Secondo l’orientamento più comune, i cacciatori di piccola selvaggina erano più bassi e meno nutriti dei loro avi paleolitici, gli agricoltori meno sani dei cacciatori-raccoglitori, e gli abitanti delle città meno robusti degli agricoltori. Insomma, non abbiamo fatto altro che diventare più affamati.
Non ci si deve meravigliare se noi siamo programmati per dar pugni sul tavolo ed esigere la cena. Le eccezioni a questo comportamento di solito sono estreme: infezioni, malesseri, malattie terminali. Quanto alla maggior parte di noi, il corpo ci urla a intervalli regolari: “Nutrimi, dannazione!”. Se costretto a privazioni, il corpo mette su il broncio. Il corpo si prende la sua piccola vendetta. Alla fine, con straordinaria destrezza, e con qualcosa che sfiora la grazia, il corpo ritorna alle attività quotidiane, dando il via a quella che gli scienziati chiamano «ginnastica metabolica», con la quale può sopravvivere senza cibo.
Se siete sani e ben nutriti, potete vivere in questo modo per sessanta giorni. Potete vivere ben di più se avete del grasso da bruciare. I ritmi della vostra vita cambieranno: il vostro battito cardiaco, i vostri ormoni, i vostri pensieri. Il vostro cervello passerà a un’altra fonte energetica, qualcosa di raro e meraviglioso, qualcosa che solo gli umani possono fare, insieme ad alcuni ungulati durante l’allattamento. Comincerete a consumare voi stessi, ma in modo preciso, attento, perfettamente orchestrato.
Voi siete costruiti per avere fame, e siete costruiti per resistere ai suoi morsi. Sapete esattamente cosa fare.
Nel racconto Un digiunatore, scritto nel 1922, Franz Kafka descrive un “artista della fame” della fine del XIX secolo che viveva sotto gli occhi di tutti in una piccola gabbia, senza mangiare per giorni e poi per settimane. La sua esibizione terminava il quarantesimo giorno con un gran finale: «la gabbia inghirlandata veniva aperta» davanti a un pubblico estasiato, una banda militare suonava, due medici visitavano l’emaciato paziente e i risultati del loro esame venivano diffusi con il megafono. Infine arrivavano due giovani signore, tutte orgogliose del loro incarico, che scortavano l’artista della fame verso un pasto accuratamente preparato.
Nel racconto di Kafka, il digiunatore non vuole smettere di digiunare. Si sente in forma. Non vi sono limiti alla sua resistenza! Il suo impresario insiste, e l’artista non ha altra scelta che mangiare, ristabilirsi e ricominciare lo spettacolo in un’altra città con un altro pubblico. Il modello ispiratore di questo personaggio può esser stato lo stravagante Giovanni Succi, che digiunò per più di 30 volte in tutte le principali capitali d’Europa. Succi credeva di essere posseduto da uno spirito benigno, che gli permetteva di vivere senza cibo. Tra un’esibizione e l’altra, Succi veniva pacificamente e regolarmente internato in manicomio. Il 21 dicembre 1890, a New York, il Daily Tribune descrisse come interruppe un digiuno di 45 giorni:
“Una folla di uomini e donne stava nella stanza in attesa di dire o fare qualcosa, o di vedere fare qualcosa, nel momento in cui il digiuno si fosse interrotto. L’impazienza era palpabile. […] Alle 8 in punto, Succi si alzò dal suo giaciglio e i presenti lo salutarono come fosse un fratello tornato dalla tomba dopo lungo tempo. Le grida di giubilo si susseguivano l’una all’altra, mentre le mani gareggiavano con i piedi nel fare rumore. Succi, le mani affondate nelle tasche, la schiena quasi piegata in due e la testa a ciondoloni sul petto, alzò l’angolo destro della bocca e sorrise in saluto a tutti i presenti”.
Nella storia umana, proprio come nel racconto di Kafka, il pubblico si interessa sempre meno al digiuno. Non c’è molto da vedere, dopo tutto, e altri intrattenimenti ne prendono il posto. L’artista della fame di Kafka diventa un’attrazione minore in un grande circo. Alla fine del racconto, il digiunatore potrà restarsene nella gabbia in cui si è autorecluso, senza mangiare per tutto il tempo che vorrà. In realtà viene dimenticato su un letto di paglia, fino a qualche istante prima della morte. A quel punto, l’uomo chiede perdono e confessa: “Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno”. Il custode del circo gli assicura che loro lo ammirano davvero. L’artista protesta che non dovrebbero, perché digiunare gli è facile, e la sua scelta non è dovuta a motivazioni profonde. “Non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse”, mormora il moribondo. “Se l’avessi trovato, non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare ai quattro palmenti come te e gli altri”.
Dopo la morte del digiunatore, il direttore del circo lo sostituisce con una giovane pantera. Tutti amano quel sano, vibrante animale: sbrana qualunque cosa gli venga data e “non sembrava neppure che la belva rimpiangesse la libertà; quel nobile corpo, perfetto e teso in ogni parte sin quasi a scoppiarne, pareva portar con sé anche la libertà”. Il pubblico allora si affolla attorno alla gabbia della pantera e “la gioia di vivere emanava con tanta forza dalle fauci che agli spettatori non era facile resistervi”.
La maggior parte di noi si identifica con la pantera, non con l’artista della fame. Mangiare è qualcosa a cui pensiamo appena svegli, prima di addormentarci, e molte volte nel tempo che trascorre tra quei due momenti. Il cibo è vita. La vita è libertà. Persino le costrizioni della vita sono libertà.
Eppure è vero anche il contrario. Circa un miliardo di persone al mondo sono sovrappeso (mentre molte possono essere definite “ridotte alla fame”) e l’obesità porta a una vita di costrizioni: diabete, ipertensione, attacchi cardiaci. Il cibo diventa nostro nemico: perlustriamo le corsie del supermercato in cerca di gelato che non è vero gelato, di merendine di aria aromatizzata, di gusto senza calorie.

Il cibo ci affascina. Ma è vero anche il contrario. La fame ci affascina. A distanza di alcuni anni dal racconto di Kafka, il digiuno conobbe un breve revival. Nel 1926, a Berlino, sei artisti della fame si esibirono contemporaneamente. Una delle performance ebbe luogo in un popolare ristorante dove, al centro della sala, sotto una campana di vetro, un uomo in veste da camera fumava sigarette e sorseggiava acqua. Una lavagna posta lì accanto spiegava che l’uomo non mangiava da 28 giorni. Come riportò un giornale: “Tutt’intorno a lui uomini ben pasciuti e donne vestite alla moda degustano scaloppe viennesi con patatine fritte, chiedendosi se questa volta il primato
del digiuno sarà veramente battuto”. Nel 2003, un illusionista americano visse senza cibo per 44 giorni in una scatola trasparente di 180 cm x 180 cm x 90 cm, sospesa in aria accanto al Tower Bridge di Londra. L’artista, David Blaine, si era già esibito in numeri di resistenza (rinchiudendosi in un blocco di ghiaccio e facendosi seppellire vivo in una bara di vetro). Ora era il primo artista della fame del nuovo secolo. La reazione non fu univoca. Secondo le stime, 250 mila persone arrivarono sul lungofiume per vedere l’uomo seduto a non far nulla. Alcune donne sventolarono cartelli in cui dichiaravano il loro amore e il loro sostegno. Altre corsero nude sotto la scatola. Per qualcuno David Blaine era un eroe. Per altri un idiota. Ci fu chi bersagliò la scatola di uova marce, o tentò Blaine con l’odore di hamburger sfrigolanti, oppure organizzò iniziative per tenerlo sveglio la notte con tamburi e sirene da nebbia, dimostrando una rabbia e uno sdegno sorprendenti. Erano passati cent’anni dall’epoca d’oro degli artisti della fame come Giovanni Succi. Ormai la televisione aveva portato la carestia nelle nostre case, e i corpi di donne e bambini affamati –bambini, soprattutto– ci erano diventati familiari. Non solo: a quel punto, avevamo imparato ad ammirare chi si impegnava in uno sciopero della fame, icone culturali come Mahatma Gandhi, che usava il digiuno per favorire la pace e la tolleranza religiosa. Proprio mentre David Blaine digiunava per intrattenimento, altra gente stava digiunando per la giustizia sociale in Turchia, Cile, Cina e Stati Uniti.
All’incirca 10 mila persone si radunarono per assistere alla fine del digiuno di 44 giorni di David Blaine, e molti di più lo guardarono in televisione. I giornali descrissero quell’atmosfera carnevalesca, con venditori ambulanti di cibo e souvenir, urla e sussulti femminili, canti e bandiere. La porta della scatola si aprì, e in un batter d’occhio Blaine stava spiegando alla folla come avesse imparato ad apprezzare le piccole cose della vita: un tramonto, un sorriso. Aveva imparato quanto fossero forti gli esseri umani. Aveva imparato quanto sia fondamentale il senso dell’umorismo, e ridere di tutto perché nulla ha senso.
“É stata l’esperienza più importante della mia vita”, disse con le lacrime agli occhi. “Vi amo tutti”.
Negli annali del digiuno, 44 giorni è un numero insignificante. Nel giugno del 1965, un ventisettenne noto come Mr. A.B., si presentò dai medici della clinica universitaria di Dundee, in Scozia. Pesava 207 chili. “Inizialmente”, recita l’articolo che ne seguì sul Postgraduate Medical Journal, “non vi fu alcuna intenzione di sottoporlo a un digiuno prolungato”. Ma il giovane si adattò talmente bene, ed era talmente “ansioso di raggiungere il suo peso ideale”, che i giorni passarono, i parametri medici erano nella norma, passarono le settimane, e lui proseguiva –bevendo solo acqua a volontà, insieme a compresse di vitamine– passarono i mesi, e non si sa come passò un anno, e poi anche di più.
All’inizio Mr. A.B. venne ricoverato nella clinica universitaria. Ma, nel giro di poco tempo, gli fu permesso di andare a casa purché si presentasse ogni giorno per fornire campioni della propria urina e farsi controllare i segni vitali. I ricercatori prelevavano campioni ematici ogni due settimane. Dal Giorno 93 al Giorno 162, Mr.A.B. ricevette integratori di potassio. Dal Giorno 345 al Giorno 355, gli venne dato del sodio. La glicemia, ossia il livello di glucosio nel sangue, diminuì alquanto, eppure Mr. A.B. “si sentiva bene e andava in giro a piedi normalmente” senza alcun sintomo di ipoglicemia. Il peso diminuiva mediamente di circa 300 grammi al giorno. Questo calo elevato, il basso livello di zucchero nel sangue, e i risultati di altri esami convinsero gli scienziati che il paziente non stava mangiando di nascosto. Alla fine, nel corso di 382 giorni senza cibo, perse 125 chili. Cinque anni dopo il digiuno, ne aveva riguadagnati soltanto sette.
A volte, dev’essersi sentito un dio. Viveva come un albero, un sorbo selvatico o una quercia, di aria e di sole. Viveva più come spirito che come materia. Chissà se ha mai tentato di camminare attraverso i muri? Pensava a se stesso come a un fantasma?
Naturalmente, non sappiamo cosa quel giovane provò o pensò durante quei 13 mesi. Il Postgraduate Medical Journal dice solo, alla fine, “Desideriamo esprimere la nostra gratitudine a Mr. A.B. per la sua cordiale cooperazione e la ferrea volontà dimostrata nell’ottenere un fisico normale”. Il Guinness Book of Records del 1971 ne cita solo il nome e il peso. Poco dopo, il Guinness smise di riportare i lunghi digiuni per evitare pericolosi tentativi di emulazione.

Quando avevo 19 anni, volevo diventare una scrittrice. E lo stesso valeva per la mia amica Stephanie.Volevamo sapere la verità: pensavamo fosse questa, la scrittura. Io e Stephanie ci sedevamo al tavolo della cucina, magari con una tazza di tè, magari con un sandwich, e ricordo che lei affermava con enfasi: “Scrivo sempre meglio quando ho fame”. Io non ero d’accordo, anche se non glielo dicevo. La fame mi faceva solo venir voglia di mangiare. Eppure, sapevo cosa intendesse Stephanie, in senso lato: gli artisti non dovrebbero stare troppo comodi. Gli artisti hanno bisogno della fame come di un verbo. Hanno bisogno di desiderare. Inoltre, nel mio tempo e nella mia città, la californiana Berkeley del 1973, il ruolo dell’arte era quello di contrapporsi ai poteri costituiti e al successo, contrapporsi allo stato e al capitalismo: contrapporsi alla sazietà.
Non è una novità, questo ritratto dell’artista come giovane affamato.
Nel 1890, Knut Hamsun pubblicò il romanzo autobiografico Fame. Quel che sappiamo della fisiologia della fame combacia sorprendentemente bene con la descrizione di Hamsun. L’anonimo narratore sopravvive per settimane e mesi mangiando troppo poco; trasloca da un indirizzo all’altro, talvolta dorme all’addiaccio, spesso si aggira per la città in un caleidoscopio di umori, parla da solo, e scribacchia articoli che gli fruttano una manciata di corone, così da poter ripetere nuovamente il ciclo: un pasto affrettato seguito da semi-inedia. In quel romanzo, la fame ha assolutamente a che fare con l’emozione. Il narratore è assediato da crisi colleriche o dai capricci dell’immaginazione. Ci viene presentato già in preda alla fame, perciò non possiamo mai dire di conoscerlo nella sua totalità, ma cogliamo solamente immagini fugaci, come una figura nella tempesta; un uomo dai tratti esagerati, troppo coscienzioso, troppo sensibile, a volte frenetico, altre furioso, sempre ripiegato su se stesso. Spesso è euforico, una condizione descritta da molti digiunatori: “Ma era la follia causata dalla fame! Ero vuoto, non sentivo dolori e i miei pensieri volteggiavano senza freno”. Oppure: “Ero intossicato dalla fame, la fame mi aveva ubriacato. […] Giacevo a occhi aperti in uno stato di dolcezza estatica. […] mi sentivo meravigliosamente lontano da me stesso”. A volte, i suoi sensi si acuiscono in modo innaturale. É consapevole di ogni immagine, ogni suono, ogni odore, e tutti gli sembrano densi di significato: il cane marrone e il suo collare d’argento, la cameriera con le maniche rimboccate. I dettagli lo sopraffanno, e ogni cosa “entrava in me con una chiarezza trasparente come se intorno si fosse accesa improvvisamente una gran luce”. Senza preavviso, questa chiarezza si sposta verso il misticismo, una condizione di assenza di pensiero “come se il cervello mi scivolasse fuori dalla testa fino a lasciarla vuota”.
Ma la fame è difficilmente un’amica. Una scena dopo l’altra, il narratore piange o vomita o maledice Dio. Cade in depressione. Tradisce i propri ideali. Maltratta una venditrice di dolci. La fame gli rode lo stomaco “senza misericordia: pareva […] che ci fossero alcune dozzine di animaletti graziosi: essi posavano la testina da una parte e rosicchiavano un poco, la posavano dall’altra e rosicchiavano un altro poco”.
Alla fine del romanzo, febbricitante e malato, il narratore viene imbarcato a lavorare su una nave. In quel modo, fugge dalla città, e dalla fame. É uno schema di vita che Knut Hamsun seguì per dieci anni, periodi di lavoro fisico alternati alla miseria dello scrittore in lotta. Fame gli portò finalmente il successo e la fine di quella lotta. Più tardi i critici avrebbero interpretato la volontà di Hamsun a partire la fame come una pulsione verso la creatività. Nella sua analisi del romanzo, il poeta Robert Bly ritiene che la fame porti il narratore alla salute psichica: “É come se il suo inconscio avesse voluto questa sofferenza come una medicina. Il protagonista di Fame obbedisce all’inconscio e resta affamato, a dispetto della sofferenza, finché non ha vissuto o appreso ciò che doveva”.
Nel romanzo del 1933 Senza un soldo a Parigi e a Londra, George Orwell tenta, senza riuscirci, di dare uno scossone al mito dell’artista che muore di fame. La vicenda è chiaramente autobiografica: le avventure di uno studente povero in canna che impara a conoscere il “tedio, che è compagno inseparabile dalla miseria; non avete niente da fare, e siccome siete denutrito, non riuscite a interessarvi a niente”. In seguito il personaggio di Orwell trascorre un giorno a letto a leggere Le memorie di Sherlock Holmes. “Fu tutto quello che mi sentii in grado di fare, a stomaco vuoto. La fame toglie ogni energia e capacità di pensare, riducendo in uno stato del tutto simile a quello postinfluenzale. Ti senti una specie di medusa, come se ti avessero risucchiato tutto il sangue, sostituendolo con acqua tiepida”.
Ma il libro di Orwell, con le sue allusioni letterarie, non fa che rafforzare un aspetto affascinante: la fame è un rito di passaggio. La fame è sempre stata vista come una forma unica di sofferenza che può portare all’introspezione, sia nell’arte sia nella religione. L’ascetismo ci porta più vicini alla nostra versione di Dio. I monaci nei loro monasteri, gli artisti nelle loro soffitte diventano sempre più magri e spirituali e artistici. Forse è questa l’ironia di Kafka: tutto ciò che il suo digiunatore voleva era del cibo migliore, non la verità, non una comprensione più profonda della vita, bensì qualcosa di più di ciò che la vita può offrire.
La fame in definitiva ha a che fare con la morte. Siamo affascinati dalla fame perché dopo 50 o 90 o 382 giorni la fame si risolve in un corpo costretto a cannibalizzare se stesso. Anche la morte è uno dei temi principali della nostra vita, è la conclusione verso la quale scivoliamo. La morte è la vera storia.
Per un certo periodo della mia vita, sono stata una specie di artista della fame: raccoglievo articoli di giornale sull’inedia e la carestia, ed etichettavo le cartelline “Somalia” o “Etiopia”. Nel mondo, un miliardo di persone soffriva la fame. Persino i bambini americani pativano la fame. Il mio slancio però non sembrava riguardare la morte, ma la nascita. Avevo trent’anni ed ero incinta. Dentro di me si era aperto un cancello, con un clic ormonale talmente chiaro da essere quasi udibile. Era il cancello del dolore: se non si trattava esattamente di sentimentalismo, era qualcosa che gli andava vicino. Di certo, quel cancello si spalancava di fronte al minimo stimolo sentimentale: una canzone country-western, una fotografia, un film malinconico. Non riuscivo a capire perché i bambini stessero morendo a causa della mancanza di cibo. Diedi alla luce mia figlia e la nutrii con il mio corpo. Più tardi, ebbi un maschietto e allattai anche lui. Stavo nutrendo il mondo. Ma non mi sentivo affatto un mito. Nell’intimo della nostra vita, siamo Eva o Prometeo oppure Odisseo. Nell’intimo della mia vita, io nutrivo il mondo, eppure i bambini continuavano a morire.
La cosa andò avanti alcuni anni.A volte andavo al fast-food con il mio secondogenito di cinque anni. Lui amava i fast-food per il giocattolino sistemato come un’esca al centro di una corona di patatine fritte, aranciata e carne. Leggendo il giornale, vidi la fotografia di una bambina che pativa la fame per l’ennesima carestia. Il cancello si spalancò. Lo sapevo perché avevo fatto in modo di sapere cosa stesse accadendo a quella bambina. Il grasso dei suoi tessuti era ormai esaurito da tempo, tanto che la pelle risultava cascante e gli occhi le si infossavano nelle orbite. Il suo cervello aveva bisogno di glucosio, e non restava altra fonte che le proteine stesse della piccola. Gli enzimi digestivi presenti nello stomaco e nel pancreas erano già stati sacrificati. Presto la piccola avrebbe iniziato a “mangiare” i muscoli delle sue braccia, delle sue gambe e del suo cuore.
Mentre sedevo nel fast-food, guardavo l’area dei giochi del locale. Dei bimbetti saltavano su e giù su giochi di plastica sgargiante. Avrei voluto strappare la bambina dalla pagina, abbracciarla, crescerla, mandarla al college. La vista mi si annebbiò e istintivamente, immediatamente, mi spinsi con tutta la mia forza contro il cancello. Quel dolore, di chi era? La bambina della fotografia non era mia figlia. Non scoppiai in lacrime. Non spaventai mio figlio nel mezzo del fast-food. Invece, misi insieme i pezzi di cartone del giochino che aveva vinto e voltai la pagina del quotidiano. Mi sentivo stanca, ma solo nel profondo, talmente nel profondo che era difficilissimo accorgersene.
La maggior parte di noi conosce questo senso di spossatezza. Temiamo che il dolore altrui sottrarrà gioia alla nostra vita, che la nostra gioia sarà impossibile, accanto al loro dolore. Una bambina che sta morendo perché non ha da mangiare è un’assurdità. Quella creatura rovina il panorama dalla finestra della nostra cucina. Rovina il primo giorno di scuola di tuo figlio. Alla fine smisi di raccogliere articoli sulla carestia. Chiusi il cancello. Ma non diedi mai un giro di chiave.

Un po’ di fame, iniziano a sostenere gli scienziati, ci farebbe solo bene. Vivremmo più a lungo e più sani. Negli animali, e probabilmente negli uomini, ridurre la quantità giornaliera di calorie del 30% può significare una pressione sanguigna più bassa, un livello di colesterolo più basso, resistenza al cancro e al morbo di Alzheimer, e una vita più lunga. Di recente, il National Institute on Aging ha stanziato delle sovvenzioni multimilionarie per studiare la restrizione calorica negli adulti.
Un lavoro a livello non ufficiale è già cominciato. La Calorie Restriction Society è un gruppo di entusiasti che conta oltre 150 iscritti al suo sito web. Molti di loro hanno diminuito il consumo quotidiano del 25%, mantenendo tutte le proteine, i carboidrati, i grassi, le vitamine e i minerali di cui necessitano per una dieta nutriente. Uomini alti più di un metro e ottanta, del peso di 80 chili circa, assumono 1500-1900 calorie al giorno. Altri membri anche meno. I tipici calorie-costrictors tendono ad essere introversi, autodisciplinati e maschi. Ammettono che il loro stile di vita può portare a comportamenti ossessivi, che tentano di evitare. Il loro obiettivo è di vivere più a lungo, non meno bene. Ammettono che la restrizione calorica può comportare una diminuzione dell’impulso sessuale e maggiore sensibilità al freddo, ma dichiarano anche delle sensazioni di vitalità e una maggiore lucidità mentale. La maggioranza dice che la fame è una compagnia costante. Si scambiano strategie per ridurre l’intenso desiderio di cibo, mentre pianificano le giornate e i pasti in una guerra contro la fame. Sono l’ultima versione dell’artista della fame, felice di combattere una bella battaglia.
Il digiuno periodico può essere un’arma altrettanto buona, se non migliore della restrizione calorica. In uno studio del 2003, dei topi vennero fatti digiunare a giorni alterni, lasciandoli liberi di mangiare a loro piacimento nel giorno stabilito. I topi mantennero un peso stabile e presentavano minor glucosio nel sangue e minori livelli di insulina rispetto al gruppo di controllo, il che significava un rischio ridotto di diabete e patologie cardiovascolari. Fuori dai laboratori, il digiuno a scopo salutistico è promosso da lungo tempo. Ippocrate raccomandava il digiuno, come anche Platone. Mark Twain scrisse: “Al malato medio un po’ di fame può giovare più delle migliori medicine e dei migliori dottori”. In tutto il mondo, i medici supervisionano digiuni terapeutici: quel periodo di tempo in cui un individuo può astenersi in tutta sicurezza dal cibo, vivendo come una quercia o un sorbo selvatico, bevendo tranquillamente acqua, riposando e leggendo, prendendo appena un po’ di sole. Alcuni pazienti digiunano addirittura per 30 giorni. Digiunano perché soffrono di artrite reumatoide o di problemi di stomaco o di pressione alta. Digiunano perché sono diabetici o sovrappeso. Credono di star accelerando i naturali poteri curativi del corpo. Molti di loro sembrano trarne giovamento. (Una piccola percentuale di persone affette da malattie metaboliche non dovrebbe digiunare affatto, per nessun periodo e per nessun motivo. Sfortunatamente, non sempre si sa se questo sia il proprio caso). Cosa succede nel nostro corpo dopo 12 ore di astinenza dal cibo, dopo 18 ore, dopo 72 ore, dopo sette giorni, dopo trenta giorni? Cosa succede quando, semplicemente, mangiamo meno? Cosa succede se si è esposti a malnutrizione o semi-inedia per mesi, o per anni? Ne sappiamo meno di quanto si pensi. Sul tema della fame, tanto quotidiano, tanto letale, abbiamo delle sorprendenti lacune. Inauguriamo il XXI secolo con rinnovato interesse.
La fame è lunga quanto la storia. Qualcosa come 4000 anni fa, un’iscrizione sulla tomba dell’egiziano Ankhtifi recita: “Tutto l’Alto Egitto stava soffrendo la fame, a tal punto che si era arrivati a mangiare i propri figli”. La Bibbia è piena di storie sulla fame. In Italia, nel 1347, due terzi della popolazione morì di fame. Tra il 1845 e il 1850, un fungo delle patate provocò in Irlanda la Grande carestia, che uccise un milione di persone ed è tuttora commemorata da monumenti, siti web e viaggi rievocativi delle “bare galleggianti”, le navi che portavano gli emigranti irlandesi in America. Tra il 1919 e il 1921 sette milioni di persone morirono per una carestia in Ucraina e nella Russia sudoccidentale. Quattro milioni morirono nella carestia del Bengala, tra il 1943 e il 1944. La maggiore carestia conosciuta uccise oltre 30 milioni di cinesi tra il 1958 e il 1962.
La fame ci è intima quanto noi stessi. É ciò che proviamo prima di pranzo. É il modo in cui mi rapporto al mio corpo, al mio seno, alle mie cosce. Mia madre patì la fame durante la Grande depressione e in parte sono chi sono anche per quello. Ma perlopiù sono quel che sono perché non ho mai sperimentato la fame involontaria. Sono quel che sono grazie al modo specifico in cui la fame influisce sulle mie cellule: una risposta efficiente all’insulina, azioni decisive operate dal fegato. Sono stata plasmata dalla fame e mi ci sono adattata. Come un orso in letargo, posso vivere bruciando il mio grasso. Potrei vivere per 40 giorni in una scatola.Vista la complessità umana, potrei sfruttare questa capacità per ricavare dei soldi, per avvicinarmi a Gesù, o convincere gli inglesi a lasciare l’India. A mia volta, sono io a plasmare la fame.
Ogni mattina ci svegliamo affamati. La fame e la sazietà sono i poli tra cui oscilliamo per tutta la nostra esistenza. La fame circola per il nostro sistema sanguigno. La fame bussa all’ipotalamo. La fame ci guida in cucina. A noi tocca il posto del passeggero. Siamo tutti artisti della fame».

Da Fame. Una storia innaturale, di Sharman Apt Russell

 

FameI nostri corpi sono circuiti attraversati continuamente da messaggi: di tutti questi la fame, ci dice Sharman Apt Russell, è sicuramente il più basilare, un impulso fondamentale per la sopravvivenza, spesso usato come strumento di tortura o di protesta sociale e politica. Fame offre un’analisi completa di questo aspetto cruciale della nostra esistenza: come l’organismo ci informa della necessità di mangiare? E soprattutto, cosa succede quando non soddisfiamo questa esigenza?
Un libro incredibile, Fame, che spaziando dalla scienza alla storia, dall’antropologia alla filosofia – ma anche dalla speranza alla disperazione – si dimostra capace di cogliere i limiti della crudeltà e della fragilità umana.

 

 

 

 

 

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