La voce arrabbiata dell’America nera, Internazionale

20 maggio 2016 - News

Una manifestazione a Ferguson, in Missouri (Afp)

Una manifestazione a Ferguson, in Missouri (Afp)

di Alessio Marchionna,
giornalista di Internazionale

Negli Stati Uniti c’è un libro di cui tutti stanno parlando. Ha avuto recensioni entusiastiche da giornali e riviste. Toni Morrison, premio Pulitzer e Nobel per la letteratura, l’ha definita una “lettura fondamentale”. Il suo autore è finito sulla copertina della rivista New York,è stato intervistato da David Remnick, il direttore del New Yorker, e nelle ultime settimane è stato più volte paragonato al grande scrittore e saggista afroamericano James Baldwin. Un estratto del libro è stato pubblicato all’inizio di luglio sul sito dell’Atlantic ed è ancora in cima alla lista degli articoli più letti.

Il libro s’intitola Between the world and me, l’ha scritto Ta-Nehisi Coates, giornalista e scrittore originario di Baltimora che negli ultimi anni si è affermato come la voce più potente, originale e ascoltata sui temi delle discriminazioni e del razzismo.

L’opera è una lunga lettera di Coates al figlio Samori. L’autore sceglie questa forma narrativa non solo per motivi stilistici ma anche perché rispecchia la realtà quotidiana della maggioranza delle famiglie afroamericane negli Stati Uniti, di migliaia di padri, madri e nonni che prima o poi devono prendere da parte i loro figli e nipoti per fargli il discorso con la d maiuscola. Quello in cui gli spiegano cosa significa essere un afroamericano in una società razzista e come devono comportarsi quando hanno a che fare con le autorità, soprattutto quando l’autorità si manifesta sotto forma di una divisa della polizia.

Samori ha quindici anni, l’età in cui i ragazzi cominciano a costruirsi un’identità e una vita indipendenti e spesso devono cavarsela da soli. Una fase di passaggio comune a tutti gli adolescenti del mondo occidentale, ma che per i neri americani ha un significato diverso. Samori ha solo due anni meno di Trayvon Martin, il ragazzo di diciassette anni ucciso da un vigilante di quartiere a Sanford, in Florida, nel febbraio del 2012. Tre in meno di Michael Brown, ucciso da un agente di polizia a Ferguson, in Missouri, nell’estate del 2014. Tre in più di Tamir Rice, ucciso a fine 2014 in un parco di Cleveland, in Ohio, da un agente arrivato sul posto perché qualcuno aveva chiamato la polizia denunciando la presenza di un ragazzo con una pistola “probabilmente finta”.

Samori è entrato in quella fascia d’età in cui i giovani neri sono automaticamente associati alla criminalità. Nel 2014 uno studio dell’American psychology association ha rivelato che gli statunitensi bianchi attribuiscono in media quattro anni in più ai ragazzi neri che hanno più di dieci anni. I ricercatori hanno anche scoperto che gli intervistati bianchi davano per scontato che i ragazzi neri fossero più spesso colpevoli dei bianchi e degli ispanici, soprattutto nel caso di reati gravi. In un recente articolo (Internazionale 1112) l’ex corrispondente del Guardian dagli Stati Uniti Gary Younge racconta che a Goose Creek, in South Carolina, la polizia che cercava un indiziato di 32 anni ha chiesto i campioni del dna a due studenti afroamericani delle medie.

Ma il libro di Coates, di cui si può leggere il lungo estratto sul sito dell’Atlantic, è molto di più di un manuale di comportamento per un giovane afroamericano. È un’analisi densa, profonda e puntuale della storia dei rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. In un certo senso è un libro scritto per i bianchi più che per i neri (e anche per chi, come noi, osserva da lontano e cerca di capire il senso degli ultimi avvenimenti), per spiegare a quelli che vivono fuori dai ghetti cosa sta veramente succedendo al loro interno.

Coates riprende un concetto usato spesso dopo l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, l’idea che gli Stati Uniti siano entrati in un’epoca “post-razziale”, e lo fa a pezzi a colpi di dati, aneddoti sulla sua adolescenza a Baltimora, ricostruzioni storiche, analisi sulle dinamiche demografiche, economiche e immobiliari. Per concludere che l’ultima ondata di razzismo – e di manifestazioni antirazziste – è solo un altro episodio della storia di un paese costruito due secoli e mezzo fa sul furto, la violenza, il terrore sistematico inflitto ai neri e ai loro corpi. Scrive Coates all’inizio dell’articolo:

“Bisogna riconoscere che il concetto stesso di essere bianco negli Stati Uniti non è stato costruito attraverso le degustazioni di vini e le feste estive a base di gelato ma con il saccheggio della vita, della libertà, del lavoro e della terra; con le fruste e con le catene, strangolando quelli che si ribellavano, distruggendo le famiglie, stuprando le madri, vendendo i figli. E attraverso tante altre azioni il cui obiettivo era, prima di tutto, negare a te e a me il diritto di gestire il nostro corpo come meglio crediamo.”

Per Coates non c’è niente di casuale nelle discriminazioni contro i neri, in quelle di due secoli e mezzo fa come in quelle di oggi. Non crede che il razzismo sia un atto individuale né un atteggiamento disumano prodotto da forze esterne. Il razzismo non è l’espressione di un sistema che non funziona, è la dimostrazione che il sistema funziona esattamente nel modo in cui è stato concepito.

Per questo i bersagli della sua invettiva non sono Timothy Loehmann (l’agente che ha ucciso Tamir Rice a Cleveland), Daniel Pantaleo (il poliziotto che a luglio del 2014 ha causato la morte di Eric Garner per asfissia), George Zimmerman (il vigilante di quartiere che sparato a Treyvon Martin) o Michael Slegar (l’agente che ad aprile a North Charleston ha ucciso Walter Scott sparandogli otto colpi di pistola alla schiena). Coates non fa riferimento ai giudici e ai funzionari razzisti di Ferguson e di Baltimora, ai giornalisti di Fox News che condannano il “teppismo” ogni volta che i neri esasperati scendono in strada o ai politici di entrambi gli schieramenti che minimizzano la gravità del problema.

Non si rivolge a Barack Obama, che nell’estratto pubblicato dall’Atlantic non è mai menzionato. In passato Coates ha criticato il presidente per essere stato troppo timido quando ha affrontato il tema delle discriminazioni contro i neri, ma non si è mai spinto fino a considerarlo responsabile dei fallimenti degli ultimi anni, perché ha sempre pensato che servisse molto di più di un buon presidente per cambiare la situazione.

Gli articoli di Coates sono una critica radicale alle idee consolidate e ai miti su cui si fonda il sistema politico statunitense. Sono secchiate d’acqua gelata, fastidiosi sassolini nelle scarpe di una società che si vanta di avanzare sempre a passo spedito. A giugno, dopo l’uccisione di nove afroamericani da parte di un suprematista bianco in una chiesa di Charleston, in South Carolina, politici e commentatori hanno cominciato a discutere sul senso della bandiera dell’esercito confederato (esibita da Dylann Roof, l’autore della strage): per alcuni era un simbolo di divisione, per altri un ricordo del glorioso passato sudista. Coates è intervenuto nel dibattito con un articolo intitolato What this cruel war was over (”Perché la guerra civile è stata combattuta”), in cui ha elencato le dichiarazioni dei governi del sud in favore della schiavitù a ridosso e durante la guerra civile. L’articolo si concludeva così: “Un secolo e mezzo fa 750mila nostri antenati sono morti durante quella guerra, e gli americani non sanno ancora bene perché”.

A giungo del 2014, meno di due mesi prima della morte di Michael Brown e delle proteste di Ferguson, Coates ha scritto un lungo articolo in cui sosteneva che la soluzione ai problemi razziali degli Stati Uniti passa per i risarcimenti nei confronti delle famiglie afroamericane. Il pezzo, che ha fatto molto discutere, è un viaggio minuzioso e appassionante attraverso le conseguenze economiche della schiavitù e della segregazione.

Leggendo gli articoli di Ta-Nehisi Coates ci si sente allo stesso tempo coinvolti e scoraggiati. Si ha la sensazione di capire meglio il problema ma di allontanarsi ancora di più dalla soluzione. Perché la conclusione è che neri vivono in un sistema truccato a loro sfavore e non c’è troppo spazio per l’ottimismo.

Coates lo dice a suo figlio senza giri di parole: “Non dimenticare mai che i neri americani sono stati per molto più tempo in schiavitù che in libertà”. Poi, riprendendo una frase di Martin Luther King, secondo cui “l’arco dell’universo morale è lungo ma alla fine tende verso la giustizia”, conclude: “Ricorda che non esiste nessun arco, meno che mai un arco morale”. L’unica possibilità per un afroamericano che si prepara a entrare nella società adulta è mostrarsi sempre orgoglioso della sua cultura ma restando consapevole dei rischi che comporta. Cercando di limitare i danni, difendendo le proprie opinioni e il proprio corpo. La lotta, in pratica, è l’unico strumento rimasto. L’estratto del libro si conclude così:

“Ti parlo come ho sempre fatto, trattandoti come l’uomo serio e riflessivo che ho sempre voluto che fossi, che non è disposto a scusarsi per i suoi sentimenti, per la sua altezza, per le sue lunghe braccia, per il suo bellissimo sorriso. Stai crescendo in modo consapevole, e voglio che in futuro non sentirai mai il bisogno di reprimerti per far sentire le altre persone a loro agio. Perché non servirebbe comunque a cambiare la situazione. Non ho mai voluto che ti sforzassi per essere più bravo di loro, ma ho sempre voluto che affrontassi ogni giorno della tua vita determinato a lottare. I bianchi non potranno mai essere il tuo metro di paragone. Non vorrei che vivessi in una fantasia. Vorrei che fossi un cittadino consapevole in questo terribile e bellissimo mondo.”

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