Ricerca medica italiana: un’occasione persa

Almanacco della Scienza

«Il bagnino e i samurai di Daniela Minerva, giornalista scientifica, e di Silvio Monfardini, oncologo di fama internazionale, parla del mancato sviluppo della ricerca medica in Italia negli anni ’60, dei limiti della farmaceutica e del ruolo della politica. L’analisi, costruita sulla base della testimonianza diretta di Monfardini e delle interviste che Minerva ha realizzato ai vari protagonisti del settore, italiani e stranieri, si articola in dieci capitoli. Parte da sette giovani ricercatori, i samurai, e da Gianni Bonadonna che, circa 50 anni fa all’Istituto tumori di Milano, li guidò tenacemente nelle prime sperimentazioni della chemioterapia: “Ho vissuto il mestiere di medico con la logica dei samurai, che affrontano a viso aperto ogni difficoltà, gli ostacoli e gli imprevisti”.

Si racconta di come scoprirono l’adriamicina, molecola tutta italiana (il nome è ispirato al Mar Adriatico), che si impose poi in tutto il mondo per curare diverse forme di cancro, a partire da quello al seno. E di come vennero cedute le aziende farmaceutiche di Montedison negli anni ’90, del suo amministratore delegato Carlo Sama, il bagnino, playboy sulle spiagge romagnole poi sposato ad Alessandra, rampolla Ferruzzi, che nel 1993 vende Farmitalia, Carlo Erba ed Erbamont agli svedesi di Kabi Pharmacia per evitare il tracollo, dopo anni di tangenti ai politici ed errori manageriali.

Un’operazione da più di 2.000 miliardi di lire, che, come si sottolinea nel saggio, fece perdere il treno alla farmaceutica italiana: “Una grande corsa alla conquista del cancro, durante la quale gli italiani furono protagonisti,tanto quanto gli scienziati americani. Poi il tonfo, il buco infinito generato dalla crisi del settore chimico che pesava sulla nascente industria farmaceutica, la miopia di chi non capì che quello era un treno che avrebbe portato lontano”.

Il successo dell’adriamicina, i buoni rapporti con gli oncologi statunitensi, i finanziamenti dalla Casa Bianca spinsero i samurai a raccogliere la sfida capeggiata dal presidente Richard Nixon di fare la guerra al cancro, ma che poi si fermò lì, collocando l’Italia fuori da Big Pharma, il gotha del mercato farmaceutico mondiale (che vale oltre 1.000 miliardi di dollari e cresce dell’8% l’anno) e fuori dalla modernità.“Esistono un’industria e una scienza del cancro, primo motore di progresso, da cui noi siamo usciti, lasciando così fuori dalla porta uno dei settori più ricchi e palpitanti della modernità”, scrivono gli autori».

Marina Landolfi, Almanacco della Scienza Quindicinale del CNR (per continuare a leggere, clicca QUI).

 

Daniela Minerva, Silvio Monfardini - Il bagnino e i samuraiIl bagnino è Carlo Sama, perché negli anni Sessanta così lo chiamavano sulle spiagge della Romagna, dove il futuro amministratore delegato di Montedison, aitante ragioniere ravennate, dava il meglio di sé conquistando la rampolla dei Ferruzzi, Alessandra.
I samurai, invece, sono sei giovanotti e una ragazza con gli occhiali che hanno dato vita alla moderna oncologia medica negli anni Sessanta in una Milano innamorata della scienza, votata al progresso e non ancora “da bere”.
Due culture e due visioni del mondo antitetiche, quelle del bagnino e dei samurai, che però si sono trovate a vivere insieme la grande occasione dell’Italia: partecipare alla partita miliardaria della guerra mondiale al cancro. La partita è stata persa, e anche l’Italia ha perso.

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