Le pose digitali del ventunesimo secolo

D - La Repubblica

«Racconta lo scrittore Jonathan Lethem che suo figlio “ogni volta che vede una testa parlante alla tv pensa che sia un collegamento Skype e che si stia rivolgendo proprio a lui. Per cui lo imbarazza tantissimo stare nudo davanti allo schermo”. E c’è una vignetta del New Yorker con una bambina di tre anni che divarica le ditine sulla finestra per zoomare sul panorama: “Ha di nuovo scambiato il vetro per un touchscreen”, dicono i genitori. In giro è pieno di ragazzini che lo fanno, il video di quelli che scansano le riviste come se fossero iPad rotti è un classico su Youtube. La blogger di tecnologie dell’HuffPost giura d’averlo visto fare a un’amica sovrappensiero, sullo specchio del bagno di un hotel.

Più usiamo le tecnologie digitali, più ci chiamano ‘utenti passivi’. Eppure si muovono molto quelli che cozzano con gli iPad camminando per strada, trafficano sui telefonini in ascensore tanto che nessuno ha mai un dito libero per schiacciare un pulsante, danno il colpo d’anca o la borsettata ai tornelli d’entrata di uffici e metrò per avvicinare il badge. “Non siamo mai stati così attivi” dice Nicholas Nova, ricercatore del Near Future Laboratory di Ginevra che con due colleghi dell’Art Center College di Pasadena si è messo a catalogare i gesti e le pose digitali del XXI secolo: tutto in un PDF intitolato Curious Rituals, che circola liberamente per la rete. Nova divide i gesti in  “classici” (dare di pollici sul Blackberry, tipico dei manager pre-crisi, la giocoleria digitale di quanti si ostinano a non usare l’auricolare in auto), “gesti brevettati dalle aziende” (striscia e sblocca, divarica e zooma), “nervosismi e tic”, “tattiche personali” (sbracciarsi davanti ai sensori del bagno, usare l’iPad come abat-jour), “interazioni sociali” (se il vicino controlla le email sarete spinti a farlo anche voi), “manovalanza digitale assurda” (come tentare di zoomare su un vetro).

(…) Al ristorante o in riunione, un membro del gruppo (o il capo) riceve una chiamata al cellulare e, comunicando con una smorfia la necessità di doverlo fare, risponde: il gruppo lo segue a grappolo controllando i rispettivi Twitter updates e le notifiche Facebook, in una ricreazione digitale di massa che è quello che l’antropologa Sherry Turkle definisce “Insieme ma soli” (che è anche il titolo del suo saggio pubblicato per Codice).

Laura Piccinini – D La Repubblica

 

Insieme ma soli - Sherry Turkle

Nessuno meglio di Sherry Turkle sa come la tecnologia sta trasformando il nostro io immateriale. È la nostra techno-Freud, capace di individuare e descrivere i cambiamenti della società prima di chiunque altro. Questo libro magnifico è un viaggio nel nostro stesso futuro.

Kevin Kelly