La ricerca biomedica in Italia: cronaca di un fallimento

«Il bagnino e i samurai. Ovvero, la storia della ricerca biomedica in Italia. Un’occasione mancata, chiariscono sin dall’inizio i due autori del libro appena uscito per Codice Edizioni, Daniela Minerva e Silvio Monfardini. Lei è responsabile della sezione Scienze dell’Espresso. Lui è un’autorità internazionale nel campo della ricerca oncologica. Il bagnino è Carlo Sama, l’ultimo amministratore delegato di Montedison: colui che liquiderà la grande azienda di stato, mettendola in mani straniere. I samurai sono quei sette ex giovanotti che negli anni Sessanta diedero vita alla moderna oncologia medica italiana. Due soggetti diversi, due diverse visioni del mondo: involontari coprotagonisti della partita persa, quella che portava dritta al treno della modernità, attraverso il business miliardario della guerra contro il cancro. “Il nostro Sistema Paese” spiega Minerva “non ha mai capito nulla di come si potesse e dovesse impostare la ricerca biomedica. Abbiamo avuto la nostra occasione, ma ce la siamo giocata”.

Minerva, cosa rappresenta Big Pharma?

Il complesso industriale con il più alto contenuto di ricerca scientifica. Impermeabile a qualunque crisi economica e capace di generare sempre e comunque fiumi di profitti.

A partire dalla guerra al cancro: ma perché l’oncologia è la punta di diamante della ricerca biomedica?

Per il combinato disposto tra la quantità di soldi riversata nella ricerca e la complessità della materia. La lotta ai tumori è un puzzle inestricabile. Più andiamo avanti, meno ne sappiamo. E i malati sono moltissimi.

Proprio su questo fronte, abbiamo gettato alle ortiche una grande occasione. La raccontate nel vostro libro: il caso Montedison.

Ovvero, quello che saremmo potuti diventare. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta avevamo in mano le carte per partecipare alla grande partita della ricerca biomedica, ma l’abbiamo gettata via. Allora, Farmitalia -gioiello della galassia Montedison- scoprì l’adriamicina, uno dei primi farmaci efficaci in campo oncologico.

Una potenziale miniera d’oro. E invece…

I Ferruzzi proprietari di Montedison dovevano far cassa. Così, decisero di vendere Farmitalia agli svedesi.

Sembra storia recente. Il meglio che finisce in mani straniere, intendo.

Pochi anni dopo, in Francia, il governo costrinse Sanofi e Aventis a trovare un accordo. E creò a tavolino una supersocietà, proprio perché era interesse nazionale mantenere gli asset farmaceutici e impedire che emigrassero altrove.

Noi non ci siamo più ripresi, è così?

Sì. Da allora, è una sequela ininterrotta di occasioni perse. Tra interessi, carriere, mazzette, soldi rubati e tanto, tanto spreco. Abbiamo fallito.

Scusi, ma gli altri che cosa hanno fatto?

Paesi come l’America, ma anche l’Inghilterra e la Francia, hanno investito moltissimo sulla ricerca farmaceutica. Alimentando una poderosa macchina da guerra che trova farmaci che funzionano e li immette sul mercato. Il problema è che ci deve essere anche su Sistema Paese, che ci crede e che ti sostiene.

Mentre in Italia…

Da noi nessuno ci ha mai creduto sul serio. Si fa profitto senza ricerca. Senza defiscalizzazione. Senza politiche d’innovazione. E con la vendita dei generici agli ultimi posti in Europa.

Un bel tema, questo.

Il servizio sanitario nazionale spende 20 miliardi di euro all’anno in farmaci: soldi che finiscono nelle tasche delle industrie. Una buona parte dei quali, per pagare farmaci vecchi. Non inutili; ma se si facesse ricorso ai generici, lo Stato spenderebbe molto meno.

Scusi: ci sarà pur stato un governo che alla ricerca ci ha creduto.

Lo abbiamo chiesto a Umberto Veronesi. Lui ci ha detto: “L’unico politico che ho trovato sensibile su questo tema è stato Enrico Berlinguer”.

Voi sostenete che anziché potenziare la ricerca, anche come volano economico, l’Italia si balocca con l’economia delle tre “effe”: fashion, furniture e food. “Un’illusione pericolosa della quale già si vedono i rovinosi effetti”.

Esatto. Tremonti ha sempre sostenuto che con la cultura non si mangia. A lui piace evidentemente un Paese intento a fare soldi cucendo tomaie e limando rondelle, ma anche chi è venuto prima e dopo di lui non ha mai considerato la cultura come l’anima del progresso industriale».

Paolo Cagnan, Alto Adige (per continuare a leggere, scarica il PDF a lato).

 

Daniela Minerva, Silvio Monfardini - Il bagnino e i samuraiIl bagnino è Carlo Sama, perché negli anni Sessanta così lo chiamavano sulle spiagge della Romagna, dove il futuro amministratore delegato di Montedison, aitante ragioniere ravennate, dava il meglio di sé conquistando la rampolla dei Ferruzzi, Alessandra.
I samurai, invece, sono sei giovanotti e una ragazza con gli occhiali che hanno dato vita alla moderna oncologia medica negli anni Sessanta in una Milano innamorata della scienza, votata al progresso e non ancora “da bere”.
Due culture e due visioni del mondo antitetiche, quelle del bagnino e dei samurai, che però si sono trovate a vivere insieme la grande occasione dell’Italia: partecipare alla partita miliardaria della guerra mondiale al cancro. La partita è stata persa, e anche l’Italia ha perso.

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