Intervista a Vittorio Bo – La Stampa

La Stampa

«”Ero uscito da Einaudi, con i ricordi, le passioni, l’amore per il glorioso Struzzo. E mi sentivo nudo. Mi sembrava geneticamente impossibile immaginare una strada senza libri, ma non sapevo come percorrerla”. Così, giusto dieci anni fa, nacque Codice: un libro nel 2003, quasi 50 quest’anno, 250 in tutto. Venti persone in squadra, di cui dieci assunte, 2,8 milioni di fatturato nel 2012 (+20% a dispetto del -12% del mercato della saggistica). Vittorio Bo aveva già fondato una casa editrice a 23 anni, Il Melangolo, “con cui ci si divertiva ma non si sopravviveva”. Poi aveva lavorato in grandi aziende (“Ansaldo, Erg, Ilva, sempre con l’idea di scappare”). Nel 1990 l’approdo all’Einaudi: due mesi da assistente di Massimo Vitta Zelman, undici anni da gran capo.

(…)

Come fu l’addio all’Einaudi?
Traumatico. Quando sei amministratore delegato dell’Einaudi a Torino, hai il mondo ai tuoi piedi. Rischi il delirio di onnipotenza. Dovresti fare volontariato obbligatorio.

Come le venne l’idea di Codice?
Il punto di partenza era la scienza, da divulgare per un nuovo umanesimo. Non volevo parlare con linguaggio scientifico ai non scienziati. E pensavo al festival e ai libri, in osmosi, perché l’evento producesse una memoria tangibile.

Il nome?
Una mia idea. Codice come chiave di lettura per interpretare l’esperienza.

Chi fu la prima persona con cui ne parlò?
All’amica agente Susanna Zevi, da cui comprai i diritti di La struttura della teoria dell’evoluzione di Stephen Jay Gould: 1750 pagine, gli editori se ne tenevano alla larga. Fu l’unico titolo del primo anno. Ora siamo alla quinta ristampa, oltre seimila copie vendute, neanche in America ci credono.

Che cosa c’è in Codice dell’esperienza Einaudi?
Le indicazioni di Giulio, che ti aiutavano a sviluppare capacità critica. Una dimensione che sta mancando all’editoria. Tanto più ora che l’informazione viaggia velocissima: a che serve l’editore senza esercizio critico?

Differenze?
Giulio classificava i libri in modo manicheo, alto/basso, sì/no, e non considerava i pubblici. Io rivolgo in positivo quello che per lui non lo era: nella metropolitana di Londra il 60% delle persone ha in mano un libraccio da 2,99 sterline. Allora il tema è la lettura, più che la classificazione a monte.

Qual è il compito degli editori oggi?
Essere meno gelosi e mantenere una quota di scommessa, sia economica sia intellettuale. In fondo siamo privilegiati, questo privilegio va condiviso. Il primo dovere è scegliere, ma senza precludersi niente.

Lei come lo fa?
Con il mondo digitale, perché è un terreno dove più si aprono praterie e più le incursioni sono stimolanti. Non è la tecnologia, è umanesimo».

 

Intervista di Giuseppe Salvaggiulo, La Stampa (per continuare a leggere, scarica il PDF a lato).