Il bosone che ricorda la Thatcher

Sette - Il Corriere della Sera

«”Immaginate un ricevimento affollato di parlamentari ugualmente distribuiti dentro una stanza”, scrive David Miller dell’University College di Londra. “Sono tutti in amabile conversazione con i loro vicini. Una donna appare sulla porta: i parlamentari alzano lo sguardo: è Margaret Thatcher”. Applausi; tutti le si raccolcono intorno. Ebbene: la stanza affollata di politici è “il campo di Higgs, l’ex premier la particella che acquista massa interagendo col campo e il gruppo d’adulatori il bosone di Higgs” (una particella “così instabile che sopravvive solo per 100 milionesimi di miliardesimo di miliardesimo di secondo”). É con quest’allegoria che nel 1993 i fisici spiegarono a William Waldegrave, ministro inglese per la Ricerca scientifica del governo Mayor, di che cosa si stessero occupando i cacciatori del “campo di Higgs” e del bosone che ne attesta l’esistenza: la natura dell’universo, il processo che gli conferisce peso e sostanza. Waldegrave, che s’era impegnato a finanziare la quota inglese del grande acceleratore di particelle di Ginevra se qualcuno gli avesse spiegato la questione “in parole povere, su una pagina d’un foglio A4”, s’arrese di fronte a tanta chiarezza e l’Inghilterra pagò quel che c’era da pagare».

Diego Gabutti, Sette Il Corriere della Sera (per continuare a leggere, scarica il PDF a lato).

 

 

Sean Carroll - La particella alla fine dell'universoScience l’ha definita la più importante scoperta scientifica del 2012, ma quella del bosone di Higgs è prima di tutto una bellissima storia, iniziata quando, nel 1964, il fisico teorico scozzese Peter Higgs ne ipotizzò l’esistenza, creando un enigma che è stato sciolto solo dopo quasi mezzo secolo. Un’avventura scientifica e umana che ha visto impegnati migliaia di scienziati e attrezzature all’avanguardia. Un’impresa ricca di umanità, come solo le narrazioni collettive possono essere. Il segno, infine, di una svolta epocale della ricerca, perché il bosone di Higgs promette davvero di essere la particella alla fine dell’universo (noto), il ponte verso nuove frontiere della scienza. Una storia che solo un divulgatore talentuoso come Sean Carroll poteva raccontare.