Anche i disastri climatici hanno la loro equazione – Luca Alberini, Prisma Magazine

Prisma magazine

Il mensile Prisma Magazine pubblica una lunga intervista ad Antonello Pasini, lo scienziato autore de L’equazione dei disastri : il giornalista Luca Alberini esordisce proprio con la domanda chiave “che cosa sta succedendo al nostro Paese?”.

Periodi prolungati di siccità, eventi estremi di violenza inaudita, forti mareggiate che distruggono tutto quello che incontrano. Scenari estremi ormai entrati nella nostra quotidianità e che sono diventati inevitabilmente oggetto di studio. Antonello Pasini è fisico climatologo del Cnr e docente di Fisica del clima all’Università di Roma Tre. È anche un attivo divulgatore: nel 2016 il suo blog “Il Kyoto fisso” ha vinto il Premio nazionale di divulgazione scientifica. Nei suoi scritti affronta i temi del riscaldamento globale e del dissesto del territorio mettendoli in relazione tra loro in quella che viene provocatoriamente definita «equazione dei disastri», che da un po’ di tempo coinvolge anche l’Italia.

Come può difendersi l’Italia?

Come illustra Pasini anche ne “L’equazione dei disastri”, «è chiaro che la fragilità del territorio e la sua eccessiva, e qualche volta abusiva, antropizzazione rendono molto più gravi gli effetti finali degli eventi estremi di carattere meteo-climatico. L’Italia può contribuire alle attività di “mitigazione” del riscaldamento globale con un piano di riduzione di emissioni all’interno del Green deal europeo, ma deve puntare anche a un concreto adattamento al cambiamento climatico già in atto. In questo senso esiste una “Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici” (Snac) e si sta discutendo un Piano più operativo. È però necessario che ogni Comune si doti di un piano municipale per capire in quali speci che zone ci possano essere danni».

Quali azioni o quali accorgimenti possiamo mettere in pratica per contribuire a ridurre l’impatto del cambiamento climatico?

Spiega il climatologo a Prisma Magazine: «Ognuno di noi può fare qualcosa per ridurre il riscaldamento globale, ad esempio cambiando il proprio stile di vita, innescando dal basso circuiti virtuosi di consumo e risparmio energetico, spingendo sui nostri politici perché adottino politiche climatiche adeguate. Ma possiamo agire anche per diminuire la fragilità del territorio e la nostra esposizione ai pericoli. Perché costruire dove non si può, per esempio nell’alveo di un fiume? Non si tratta di una “furbata” per aggirare la legge, ma di un rischio enorme per l’incolumità dei nostri beni e della nostra vita.»

A questo link l’articolo completo.

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