Shin Dong-hyuk – Vi racconto gli orrori nascosti del regime

La Repubblica

«All’improvviso Shin chiude gli occhi. Forse si è addormentato. Davanti a lui c’è una tavola imbandita: riso con verdure, calamari, noccioline glassate, patate. Ha mangiato tanto. Perché il cibo è tutto. “Quando hai fame non pensi. A stomaco vuoto non esiste pensiero, non esiste libertà”. Così ci aveva detto un’ora prima. Ma adesso è stanco. Sulle braccia ci sono ancora le cicatrici di quando, da adolescente, fu torturato dalle guardie del Campo 14. Il più feroce, il più celebre, il più grande, il peggiore dei campi di lavoro e reclusione della Corea del Nord, una specie di abisso di ferocia in mezzo alla dittatura più misteriosa e reclusa della Terra. Le sue gambe sono lievemente arcuate, per colpa delle catene a cui venne appeso. Mani da una parte, piedi dall’altra. Sotto, una tinozza di carboni ardenti. Shin sentì l’odore della sua stessa carne bruciata. Alcuni giorni fa Shin Dong-hyuk ha parlato alle Nazioni Unite, su invito del segretario di Stato USA John Kerry. Il giornalista e scrittore americano Blaine Harden, per tanti anni firma di punta del Washington Post e poi del New York Times, ha raccontato la sua storia in un libro, Fuga dal Campo 14, che è diventato una specie di caso internazionale, uscito ora anche in Italia grazie a Codice Edizioni.

Nascosto tra le montagne e il fiume Taedong, il Campo 14 è un immenso gulag in cui vivono, lavorano e prevalentemente muoiono oltre 50mila detenuti. L’unico paragone calzante è quello dei lager nazisti. Solo che questo si trova a circa 80 chilometri da Pyongyang, dove oggi governa -o dovrebbe governare- il “supremo leader” Kim Jong-un, coetaneo di Shin: le due facce della Corea del Nord, dicono in molti.

Parla veloce, Shin. È l’unico prigioniero nato e cresciuto in un campo nordcoreano che sia riuscito a fuggire. Parlare, oggi, è lo scopo della sua vita.

 

Shin, lei è nato nel Campo 14. Fino al giorno in cui è fuggito, a 23 anni, non sapeva niente di quel che c’era “fuori”. Come se lo immaginava il mondo?
Non sapevo che ci fosse un mondo, fuori dai recinti. Nessuno mi raccontava niente, e io comunque non ci pensavo mai. Non avevo tempo di pensarci. Si lavorava sempre, tutto il giorno. Lavori pesanti. Non avevo il permesso di pensare.

Parlando con Blaine Harden, all’inizio lei non ha voluto rivelare che aveva denunciato il tentativo di fuga di sua madre insieme a suo fratello. Perché?
Spiare è la prima delle regole dentro il campo. Fa parte della lotta per la sopravvivenza. Chi non denuncia un tentativo di fuga viene fucilato. Chi compie atti sessuali non autorizzati viene fucilato. Chi ruba viene fucilato. Spesso, quando ti danno la scelta di prendere botte o perdere la tua razione di cibo, scegli di prendere le botte. Mia madre rubava un chicco di riso al giorno».

Roberto Brunelli, la Repubblica (per continuare a leggere su Repubblica, clicca QUI).

 

Print«Quando vedo le immagini dell’Olocausto mi metto a piangere come un bambino. Sto ancora cercando di diventare, dalla bestia che ero, un uomo».

«Il libro di Harden, oltre a essere una storia avvincente narrata con il cuore, porta con sé un grosso carico d’informazioni sulle crepe più buie di una nazione».
The New York Times

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