I nuotatori: quando il tuffo in piscina è un capolavoro

La Repubblica

«Se ne stanno all’aperto così come nei seminterrati, nelle polisportive o nelle ville nascoste dai muri di cinta. Sono depressioni scavate nella terra o foderate di cemento, oppure prefabbricate e sopraelevate, catini di poliestere e metallo collocati nel cortile posteriore di una casetta a schiera. Rettangolari, ovali, a forma di quadrifoglio o di pianoforte, di chitarra o di piede; addirittura, generando un cortocircuito tra morfologia e funzione, a forma di goccia. Nella maggior parte dei casi, se il sole splende o se l’illuminazione indoor è adeguata, generano una tonalità cromatica -un turchese in cui oscillano i pallori del celeste e il vigore intenso dell’azzurro- che non ha equivalenti in natura. È un colore artificiale che si declina in tremolii e in riverberi, in una costellazione di gore disseminate lungo la piastrellatura a quadratini. È lo spettacolo della trasparenza, la liquefazione di un cristallo.

Davanti a quel colore magnetico ci rendiamo conto che, per la sua natura di superficie abissale, una piscina è uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

In I nuotatori (Codice Edizioni, traduzione di Paola Tomasinelli) lo scrittore spagnolo Joaquín Pérez Azaústre lavora sul contrasto tra la rarefazione di una città che si va progressivamente svuotando e un unico spazio superstite -una paradossale isola d’acqua- che coincide con la piscina olimpionica dove, una bracciata dopo l’altra, è possibile procurarsi una specie di personale salvezza. Per Jonás, il fotografo protagonista del romanzo, la piscina è prima di tutto il conforto di un rituale concreto: cambiarsi negli spogliatoi, inserire una moneta nella serratura dell’armadietto, ciabattare «con quel passo lento da papera attonita e goffa» fino al bordo della vasca, scegliere la corsia giusta e solo a quel punto consegnarsi all’acqua, nuotare a rana calibrando il movimento mentre la testa si svuota, il corpo retrocede a organismo, la coscienza della propria biografia si attenua e poi scompare e al suo posto si materializza “una successione di immagini assopite che allora, solo allora, al contatto furtivo con l’acqua, si svegliano e aderiscono a un significato, si succedono in sequenza e guadagnano lucidità”».

Giorgio Vasta, la Repubblica (per continuare a leggere, clicca QUI).

 

azaustrePer Jonás, fotografo in crisi creativa e personale, nuotare non è solo una passione; è soprattutto un modo per liberare la mente, attutire i rumori della Madrid caotica in cui vive e concentrarsi sui movimenti del proprio corpo. È una forma di meditazione e di isolamento volontario dal mondo. La quasi totale solitudine in cui trascorre le sue giornate diventerà però una condizione obbligata: le persone, a cominciare da sua madre, iniziano misteriosamente a scomparire, senza lasciare traccia. Attorno a lui si crea lentamente il vuoto: sempre meno nuotatori frequentano la sua piscina, sempre meno persone popolano la sua città. Madrid da caotica diventa sempre più quieta, e anche Jonás comincia a temere di svanire. Ma dove sono andati tutti?

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