Blackwood – Gli ultimi giorni di una moderna leggenda di Francesca Borrelli, il manifesto

Il manifesto

di Francesca Borrelli (il manifesto)

Nelle fotografie di Cecil Beaton, il sorriso di Wallis Simpson è accennato quel tanto che basta a distendere, non troppo, le labbra; qualche capello svolazza ai lati della acconciatura, lo sguardo è sfuggente, attratto da qualcosa che esorbita il campo, come si conviene a chi vorrebbe suggerire di non abitare questo mondo. Beaton disse, tuttavia, che le mani di Mrs Simpson non erano signorili, forse indispettito dal clamore sollevato da quella leggenda vivente. In quanto tale, tutti conoscono la sua storia: allevata nelle convenzioni snobistiche di Baltimora, sposò prima Win Spencer, un uomo geloso e alcolizzato che amava abbandonarla chiusa nel bagno, poi Ernest Simpson, con cui restò nove anni annoiandosi a morte, finché l’erede al trono d’Inghilterra, Edoardo VIII se ne innamorò e in un discorso che pietrificò l’intera Inghilterra (mentre dall’altra parte dell’oceano anche i rudi tassisti newyorkesi si fermavano per asciugarsi le lacrime) annunciò la sua rinuncia al trono, il cui fardello non avrebbe potuto sostenere – disse – «senza l’appoggio e il sostegno della donna che amo». E, in effetti, vista la portata del suo cervello, la corona d’Inghilterra sarebbe stata senz’altro mal riposta.

Cominciò, così, la fiaba dei due sposi le cui vicende mandarono in effervescenza innumerevoli cronache mondane; ma poco si sapeva del mduchessa3esto epilogo cui andò incontro Wallis Simpson prima che Caroline Blackwood lo descrivesse nel suo La duchessa (traduzione di Sara Principe, Codice, pp. 297, e 16,90), un libro nel quale la protagonista, ormai vedova e anziana, non compare mai. Si incrociano, tra queste pagine, due donne la cui vita fu, sebbene in modo diverso, del tutto eccezionale: anche Caroline Blackwood, infatti, figlia dell’aristocrazia anglo-irlandese, derivò buona parte della sua fama dai matrimoni che si procurò: il primo con Lucian Freud, che la trasformò nella sua musa e la introdusse alla mondana tragressività londinese; il secondo – quando già si era trasferita a New York e era comparsa in alcuni film hollywoodiani – con il pianista e compositore Israel Citkowitz; l’ultimo con il poeta Robert Lowell, che fu determinante nella decisione di farle pubblicare il primo libro, For All That I Found There. Ciò che della duchessa di Windsor attrae Caroline Blackwood è il mistero che circonda la sua fine: non una trita metafora per alludere a qualcosa di inafferrabile, ma la reale, impentrabile inaccessibilità cui Wallis Simpson venne consegnata da colei che è stata arbitro della sua malattia, della sua morte, della sua eredità, e, per quanto le è stato possibile, della sua fama. Quella donna si chiamava Suzanne Blum, e nonostante le proprie origini modeste era riuscita a trasformarsi in uno degli avvocati più influenti del mondo: prima di diventare procuratore legale della duchessa, sua portavoce e amministratrice di un patrimonio stellare in cui erano inclusi gioelli appartenuti alla regina madre di Edoardo VIII, colei che si sarebbe fatta chiamare Maître Blum aveva già rappresentato cinque della maggiori compagnie cinematografiche di Hollywood e buona parte dell’editoria francese, ciò che assicurò alla orribile agiografia dei Windsor da lei redatta ottime recensioni.

Il suo primo incontro con Caroline Blackwood è riportato nel libro con la notevole suspense che si riserva alla comparsa di un demonio: preceduta dalle intimidatorie testimonianze dei giornalisti da lei denunciati per avere riportato sui Windsor notizie non lusinghiere, il pomeriggio dell’appuntamento Maître Blum comparve, quasi correndo, da una delle sei porte che si aprivano sulla sala dove Caroline Blackwood la stava aspettando: «lo sguardo di un guerriero orientale», la bocca atteggiata a una smorfia crudele, «sembrava sempre sul punto di perdere il controllo, tanto che arrivai a temere – scrive l’autrice di queste memorie – che mi sarebbe saltata addosso come una bestia preistorica e che mi avrebbe dilaniata con le sue unghie ingiallite». La principale vittima dell’avvocato Suzanne Blum era stato, al tempo, David Price-Jones, che sul New York Times aveva correttamente riportato le simpatie naziste dei Windsor, ricevuti con tutti gli onori da Hitler al Berchtesgaden: data l’arguzia che lo contraddistingueva, il duca trovò – fra l’altro – il modo di far presente al Fürer che una guerra tra Gran Bretagna e Germania sarebbe stata, secondo lui, impensabile. Le relazioni tra il duca di Windsor e Hitler furono, del resto, giudicate da Churchill così imbarazzanti da indurlo a ordinare che venissero distrutti tutti i documenti che la provavano, e tra questi un telegramma con cui il duca, allora in procinto di diventare governatore delle Bahamas, offriva a Hitler il suo sostegno. Edoardo aveva, del resto, un grande cuore: lo testimonia il fatto che, quando era ancora principe di Galles, visitò i villaggi dei minatori e sconvolto dalla loro miseria pronunciò la celebre frase che lo arruolò fra i salvatori della patria: «Bisogna fare qualcosa».

I brevi passaggi dedicati da Caroline Blackwood a Edoardo VIII sono tra i più godibili, sebbene egli, che già da tempo giaceva nel mausoleo reale di Frogmore, sia fra le ombre di questo libro la più fantasmatica; non è dato sapere, per esempio, quale consistenza di affetti si fosse mai guadagnato nel cuore di Mrs Simpson. Certo è che, come scrisse Bernard Shaw, quella donna diede alla monarchia inglese «il più grande scossone della sua storia». La rinuncia al trono di Edoardo a favore della «orribile divorziata americana», quel simbolo del sesso, e dunque del male, che costituiva un attentato vivente alla Chiesa e alla corona, venne vissuta come qualcosa di così osceno – scrive Caroline Blackwood – da doverlo nascondere ai bambini.

Via via che ricostruisce la tela della incredibile vita della duchessa di Windsor, montandone gli episodi e i dettagli in modo sapientemente funzionale, l’autrice di questa originale approssimazione a una biografia rimugina sulle informazioni che riesce a strappare ai pochi testimoni ancora viventi, sempre cercando la smagliatura dalla quale penetrare la rete del sequestro ordito dalla terribile Maître Blum e aggirandosi lei stessa intorno alla enorme casa ai margini del Bois de Boulogne in cui Wallis Simpson stava consumando l’epilogo della sua esistenza: non si sa in quali condizioni di salute, impedita nella possibilità di farsi vedere, e dunque isolata dal resto di quel mondo che aveva ricevuto nei suoi fastosi salotti, vaporizzati con essenza di Diorissimo e ora così indifferenti alla sua sorte.

 

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