Tradurre “Un’altra occupazione” di Joshua Cohen – di Claudia Durastanti

27 aprile 2018 - News

Commento alla traduzione di Un’altra occupazione di Joshua Cohen

Non mi sono mai piaciuti i giochi di parole. Non amo i pun, le rime che arrivano in fretta, quelle che arrivano troppo tardi, i rompicapo linguistici, i romanzi fatti come le scatole cinesi. Se dovessi assecondare i miei gusti, tradurrei solo di infiniti sobborghi americani in cui le persone si scambiano a malapena una parola. Ma così come credo che le scritture migliori si sforzino di uscire da loro stesse, credo anche che una buona traduzione possa nascere da qualcosa che va contro il traduttore, e tutto quello che credeva di amare. Quando mi è stato chiesto di tradurre questo romanzo di Joshua Cohen ho accettato per pura incoscienza: è uno di quegli autori che fa fare alla lingua americana quello che gli pare, e temevo di riuscire a non stargli dietro. Dopo qualche settimana, mi sono accorta che lavorarci era come uscire di casa per farsi dare una randellata in testa da David Foster Wallace, essere sbattuta in un taxi accanto a Saul Bellow, e trovare Martin Scorsese alla guida. Una roba da mal di testa, panico e che non vedi l’ora di raccontare.

“Un’altra occupazione” di Joshua Cohen

Un’altra occupazione” è pieno di giochi di prestigio sintattici, di parole quasi inventate, e sembra fatto per essere letto ad alta voce: provate a seguire i flussi di pensiero di David King, indimenticabile proprietario della King traslochi, e a non recitare ad alta voce le sue rimostranze venate dal misticismo opportunista. Provate a seguire le peripezie di Yoav e di Uri che dall’esercito israeliano si ritrovano a fare traslochi a New York e a tentare una lingua che li respinge, e vi renderete conto che il talento di Joshua Cohen sta soprattutto nel ritmo. Mentre mi cimentavo con il romanzo, è morto il traduttore macedone di Moby Dick,  Ognen Čemerski. Leggendo un articolo, ho scoperto che Čemerski si è dovuto inventare un intero lessico: praticamente la lingua macedone non ha terminologia marittima, avendo avuto poco contatto con il mare e con le navigazioni. Tradurre un romanzo che parla di sfratti e pignoramenti in italiano non pone di questi problemi: abbiamo anche noi una lingua per i dispossessati. Eppure mentre mi ritrovavo alle prese con i magazzini in cui la King Traslochi ammassa la vita delle persone che hanno perso la casa, ho avvertito una certa impermeabilità dell’italiano verso gli storage e i container e i box; quasi una resistenza alla crescente «amazonizzazione» delle nostre esistenze. Lo stesso vale per i nomi delle operazioni militari, tragicamente enfatici in inglese e dal sapore quasi posticcio in italiano: Desert Storm funziona meglio di Tempesta del Deserto (a modo suo, questo mi fa sentire meglio). Scoprire di non avere una lingua così svelta e pronta per le invasioni continue di cui si parla in questo romanzo non equivale a una perdita: significa trovare nuovi modi per aprirsi, e per contenere una differenza. Non è sempre facile, e forse non tutta la brutalità procedurale a cui sono esposti due ragazzi come Yoav e Uri è rimasta, ma è valsa la pena di fare lo sforzo, perché in questo giro in macchina con Joshua Cohen e i suoi maestri ho perso un po’ la testa. E ho quasi imparato ad amare i giochi di parole. Quasi.

Claudia Durastanti

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