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Una nazione contadina che aggredisce il futuro a colpi di ingegno e stile, sorretta da una figura, quella dell’inventore, che da genio artigiano diventa sempre di più cervello d’impresa: è il ritratto del Belpaese che emerge da 150 (anni di) invenzioni italiane di Vittorio Marchis, docente di storia dell’industria italiana al Politecnico di Torino. (continua a leggere »)

E’ una compagna silenziosa, che ci interpella continuamente. Si annida in angoli della coscienza che non si vorrebbero mai aprire, ma dai quali irrompe mettendoci a nudo. Di fronte agli altri ma anche a noi stessi. La vergogna è un sentimento che tutti hanno provato, ma che pochi, finora, hanno descritto. Lo ha fatto Boris Cyrulnik, nel volume “La vergogna”, in uscita da Codice (continua a leggere »)

Italiani, popolo di inventori. Ma anche di smemorati. Dimentichiamo infatti che alcune delle invenzioni più importanti e utili della storia le dobbiamo a nostri connazionali. A cominciare dall’ombrello, la pompa per gonfiare le gomme della bicicletta, la matita con il serbatoio per le mine di ricambio, la scatoletta per i Tic-tac, la gruccia per appendere le gonne (quella con i due ganci alle estremità). (continua a leggere »)

Il velocipide, l’ombrello, il coltello da tavola, la bicicletta a motore e la scatola dei Tic Tac, sono solo alcuni dei 150 brevetti che Vittorio Marchis è andato a scovare al Patent Office degli Stati Uniti d’America e che ripercorrono 150 (anni di) invenzioni italiane. (continua a leggere »)

Prima di lui, i più lucidi a descrivere il sentimento di vergogna che investe le vittime di abusi, violenze e sopraffazioni sono stati i sopravvissuti dei lager. (continua a leggere »)