Grauer – La rivoluzione genetica della storia musicale di Guido Michelone, Il Manifesto

24 settembre 2015 - rassegna stampa - Il manifesto

Intervista. Etnomusicologo, allievo di Lomax, Victor Grauer racconta «Musica dal profondo», la ricerca di una ipotetica cultura di base con cui esplorare la storia umana

 

grauerVictor Grauer, studioso americano, allievo del grande Alan Lomax, viene tra dotto per la prima volta in italiano grazie al nuovo volume Musica dal profondo (Codice edizioni), con cui si compie un’autentica rivoluzione copernicana o darwinista in ambito etnomusicologico: la musica di Pigmei e Boscimani d’epoca preistorica è uno degli elementi di un’ipotetica cultura di base, da cui sono derivate tutte le culture successive, che servirà per un’esplorazione sistematica della storia culturale umana passata e presente. Ce ne parla l’autore.

Cosa ricorda di quella favolosa estate del 1961 al Village di New York?
È stato per me un momento incredibile per molte ragioni. Ho potuto scrivere un romanzo su tutto quello che è successo in quei pochi mesi, compreso il mio «apprendistato» con Alan Lomax, non ché l’effetto che su di me ebbero il suo pensiero, i suoi studi e la sua personalità. Ricordo ancora l’effetto travolgente di ascoltare e studiare tanta musica di tante parti del mondo: molte di queste musiche mi hanno fortificato con la loro carica di bellezza, intensità e onestà.

La stupisce che la prefazione della versione italiana di «Musica dal profondo» sia scritta da un jazzologo?
Sì, sono rimasto un po’ sorpreso quando ho saputo che un storico del jazz era così interessato al mio libro. Ho avuto, nel mondo intero, risposte positive dagli antropologi e dagli etnomusicologi, ma il sostegno di Zenni è stato di gran lunga il più entusiasta ed efficace…

Per ché dunque il suo libro in Europa suscita interesse, dibattiti, ammirazione fra i jazzologi?
Mi sembra che gli studiosi di jazz tendano a essere più aperti mentalmente e assai meno dogmatici rispetto alla maggior parte degli antropologi o degli etnomusicologi. Forse perché il loro campo è così nuovo e basato su un modo innovativo di percepire entrambe le arti (il jazz, la musica antica) e la storia.

Per giungere ai suoi risultati, quali discipline le sono state più utili? Antropologia, musicologia, etnologia, genetica, semiotica o altro?
Tutte quelle che ha nominato. Ma la svolta per me arriva con la scoperta delle ricerche sulla nuova genetica, che ha fatto tanto in termini di conoscenza circa la distribuzione di stili musicali sull’intero pianeta. Avevo già familiarizzato con gran parte della ricerca negli altri campi delle scienze umane, ma niente mi aveva aiutato a cogliere il quadro generale. Il problema principale era che tutti questi studi (eccetto la semiotica, ovviamente) avevano respinto, già tempo fa, gli studi comparativi, e così avevano ben poco da offrire alla valutazione della storia umana e culturale e all’osservazione dell’evoluzione da una prospettiva più ampia. C’erano naturalmente delle eccezioni, ma anche queste non erano molto d’aiuto dal momento in cui in realtà si trattava di fantasiose ipotesi piuttosto che di prove concrete. I genetisti, d’altra parte, nella musica (come in altri settori) forniscono sia la prova obiettiva sia un ampio punto di vista comparativo.

Pensa che i cultural studies britannici potrebbero servire alle sue ricerche?
Direi non troppo per quanto riguarda la ricerca relativa questo libro in particolare. Tuttavia, ho scritto un nuovo testo che tratta in larga misura problemi collegabili alla storia e la teoria della musica popolare e in cui ho usato alcune associazioni di idee derivanti proprio dall’abbandonante letteratura britannica di cultural studies. Inoltre, in miei studi precedenti che si occupano di semiotica nelle arti in generale, non solo la musica, ma anche ad esempio la pittura e il cinema, ho lavorato a fondo non solo sulla bibliografia inglese di «studi culturali», ma anche su quelle italiane, francesi, europee.

Da cittadino europeo sono incurio sito dalla musica greca e dalla musica romana, di cui esistono rare testimonianze. Pensa che un giorno sapremo ricostruire anche quelle musiche?
Non credo che sia necessario, anche se non voglio minimizzare il contributo di quegli studiosi pazienti che vagliano con attenzione quanto si può dedurre attraverso vecchi mano scritti. Il tentativo di far rivivere tradizioni musicali apparentemente defunte studiando antichi sistemi di notazione (talvolta eccellenti) è certo significativo e ammirevole. Ma in realtà i tentativi di eseguire musica basata su tali ricerche sarà sempre deludente, e si può sentire chiaramente quando si confrontano i risultati con le performance dal vivo di musicisti tradizionali. Ho il forte sospetto che molti di queste vecchie pratiche musicali persistano fino a epoche recenti nel folklore e nei repertori tradizionali in tutta Europa, come documentato dalle ricerche sul campo di studiosi quali ad esempio Lomax, Bartok, Brailiou, Zemp o il vostro Carpitella. Purtroppo gran parte di questo repertorio si è via via perso negli ultimi anni, soprattutto in Europa, semplicemente spazzato via dalle forze della globalizzazione.

Quindi nel futuro niente archeologia musicale per Roma o Atene?
Per come la vedo io non abbiamo bisogno di rivivere queste tradizioni, perché molti dei loro suoni sono «sopravvissuti» e possono essere sentiti nel campo attualmente disponibile delle registrazioni etnomusicologiche novecentesche. Ciò che rimane da fare è il tentativo di determinare quale di queste recenti tradizioni possano essere associate con ciò che sappiamo da precise fonti storiche. Potrebbe essere un’impresa enorme ma non impossibile. E in una certa misura è già stata fatta, anche se per la maggior parte resta oscura.

Quali sono i suoi gusti musicali?
Amo tutti i tipi di musica , da quella classica (con cui ho iniziato) al folk, all’etnica, al tribale, ma anche il jazz, il rock, alcuni esempi di pop e ogni sorta di stili ibridi. Alcuni dei miei musicisti pre fe riti restano Bach, Beethoven, Debussy, Stravinsky, Schoenberg, Boulez, la Gubaidulina, Charlie Parker, Mingus, Oscar Peterson, Count Basie, i Rolling Stones, i Grateful Dead, i Beach Boys, i Four Tops, T-Bone Walker, così come molti grandi artisti del blues da Son House a Robert Johnson. Ma includerei pure le incredibili canzoni raccolte nelle prigioni dai Lomax padre e figlio, le musiche tradizionali del Madagascar, di Veracruz, della Russia, della Romania, la tradizione flamenca (Nina de los Peines, per esempio), molti tipi di stili indigeni tribali, di musica africana, quella dei Pigmei e dei Boscimani, il gospel e il «negro» spiritual…

A cosa sta lavorando attualmente?
Proprio ad una nuova versione di Musica dal profondo, che sto rivedendo, aggiornando e ampliando per essere pubblicata come un Kindle e-book. Sto aggiungendo delle appendici per affrontare alcune delle nuove sconcertanti ricerche sul DNA antico e sulla nostra relazione con i Neanderthaliani e altri esseri umani arcaici. Sto inoltre lavorando con la figlia di Lomax, Anna, su un progetto che coinvolge i Cantometrics, ma lei preferisce che non se ne parli molto fino a quando sarà tutto pronto. Ho in cantiere anche un libro di memorie, centrato sulle mie prime avventure «politiche» nel mondo accademico, sia da studente che come professore.

Guido Michelone, Il Manifesto

Tag: cultural studies, etnomusicologia, genetica, Lomax, Musica dal profondo, Victor Grauer