Storie di salvati e sopravvisuti – un incontro con Shin Dong-hyuk

07 novembre 2014 - rassegna stampa - Terranullius

«Da cinque mesi non bevo da solo, non acquisto alcolici e cerco di non pensarci. Nelle prime settimane che sono diventate mesi bevevo tè freddo al limone. Mi aiutava.
Da giovedì penso di nuovo all’alcol, ai suoi effetti benefici, al corollario di nebbie e rigurgiti che scatena, alla frattura che crea tra il giorno e la notte, alla sopportazione e alla dimenticanza, e giuro a me stesso che il suo farsi avanti è soltanto un segno, una richiesta di aiuto, un invito a parlare. Allora parlo. Dico le cose che sono accadute. Le ripeto a me stesso in ginocchio, mentre accarezzo le foglie di basilico che perdono linfa e salutano il freddo. Le ripeto a me stesso sapendo che non sono preghiere, e che le preghiere in questa storia sono soltanto preghiere.

Ho conosciuto un sopravvissuto che mi ha piegato la pelle, che mi ha parlato come può fare un sopravvissuto con un salvato. Io sono salvato, sono pulito, sono nato libero e mi arrovello su faccende facili, a volte difficili, ma mai terribili. Io non discuto di morte. Io non convivo con aguzzini e non conosco carnefici. Io non ho visto uomini che imbracciano fucili per colpire donne e uomini che moriranno. Io non tradisco per un piatto di cavoli stufati. Io non so che cosa significa farlo. Io non conosco il bruciore improvviso degli elettrodi sulla mia pelle. Io ignoro le umiliazioni, le marce forzate, le dita spezzate nei canali a forza di scavarli. Io ho paura, ma la natura della mia paura è comprensibile a molti. Io non conosco una paura che ti toglie lo spazio e ti impone di nascere per essere schiavo in un presente parallelo al mio. Io non capisco la legge dei tuoi occhi. Dicono che un sopravvissuto abbia un marchio tatuato sulla fronte. Dicono il vero e dicono il falso.

Un sopravvissuto ha il marchio, è vero, ma non si riesce a decifrare la sua struttura, non si riesce a capire nulla, con un sopravvissuto. Ripete spesso le stesse cose, per obbligo di testimonianza.
Si farebbe fuori, dicono i salvati. Impazzirebbe, dicono.
Il sopravvissuto non ti guarda negli occhi quando ti stringe la mano. Ha la tua età. Forse è nato quando tua madre stava urlando per farti nascere. Un fratello di urla, forse. Ma non c’è niente che tu possa fare, ormai. Questo fratello di sangue lontano è scomparso, è morto, e non si nasconde dietro parole conosciute. Urla da lontano, ma tu non riesci a sentirlo.
Parla una lingua che è un geroglifico, anche se tradotta, anche se l’interprete che ha lo stesso colore della sua pelle la scandisce bene. Shin, si chiama questo tuo fratello. Shin.
Nasce e muore in un campo di prigionia nordcoreano. Nasce con te e muore molto prima di fuggire. Stringe mani importanti, prima della tua. Un segretario di stato americano, un segretario generale delle nazioni unite, un mucchio di vip in coda per una fotografia. Firma autografi su un libro che lo porta in giro per il mondo. La sua nave, il suo abbecedario, la sua storia. Dice a tutti che quella non è storia, è presente. Presente, dice Shin, ai miei compagni forse vivi forse morti. A coloro che ho abbandonato fuggendo dal Campo 14. Grande come Los Angeles e crudele come Auschwitz.
Un sopravvissuto non è pari a un salvato. Non può esserlo. Un salvato sente una fitta al cuore, e lunghe ore di marcia notturna. Un sopravvissuto muore per tutta la vita che gli resta. Non ha pace e non ha scampo. Aspetta sicari e morte. E sa che arriveranno. In un modo o nell’altro, non gli importa.

Ti saluto, Shin».

Marco Lupo, Terranullius

 

Print«Quando vedo le immagini dell’Olocausto mi metto a piangere come un bambino. Sto ancora cercando di diventare, dalla bestia che ero, un uomo».

«Il libro di Harden, oltre a essere una storia avvincente narrata con il cuore, porta con sé un grosso carico d’informazioni sulle crepe più buie di una nazione».
The New York Times

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Tag: Blaine Harden, Fuga dal Campo 14, Shin Dong-hyuk