Shin Dong-hyuk – Vivere in un lager della Corea del Nord

07 ottobre 2014 - rassegna stampa - Il Corriere della Sera

«Ora muoio, ho pensato quando le guardie mi hanno trascinato di fronte al campo delle esecuzioni. Dopo mesi di torture e isolamento, quella mattina ho pensato che stessero per uccidermi. Solo quando ho visto mia madre con una corda al collo, pronta per essere impiccata, e mio fratello legato ad un palo, pronto per essere fucilato, ho capito che non ero io quello che stavano per ammazzare. Sono morti poco dopo. Ma in quel momento non ho provato nessuna emozione. Anzi. Ho pensato che fosse giusto così. Del resto li avevo denunciati io agli agenti».

Shin Dong-hyuk è l’unica persona nata, cresciuta e poi riuscita a fuggire da un campo di internamento della Corea del Nord. Come tutti i prigionieri, conosceva bene le regole del Campo 14: «Ogni testimone che non denunci un tentativo di fuga sarà ucciso all’istante». Per questo, quando una notte sentì la madre e il fratello parlare di un piano per scappare, il suo istinto di sopravvivenza gli disse che doveva salvarsi. Tradire i suoi familiari. Fare la spia. Era il suo dovere del resto, quello che gli avevano insegnato fin dalla nascita. E forse avrebbe potuto pure guadagnarci qualcosa. Una razione in più di cibo, magari. Le cose andarono diversamente. Le guardie pensarono che avesse anche lui intenzione di fuggire. Lo portarono in cella e lì lo torturano per mesi. «A quel tempo odiavo mia madre per avermi messo al mondo in un campo di tortura. Oggi invece, se fosse ancora viva, le chiederei perdono».

 

La vita dentro

Shin Dong-hyuk mostra il braccio piegato dai lavori forzati (camp14-film.com)

 

Fino all’età di 22 anni, nella vita e nella testa di Shin non ci sono stati la tv, internet, gli hamburger, gli Stati Uniti o la Corea del Nord. Non sapeva nemmeno se la terra fosse piatta o rotonda. La sua esistenza, da quando era nato, era solo il Campo 14. I giorni tutti uguali. Fatti di violenza e regole da seguire. «Nessuno mi aveva mai spiegato perché stessi là dentro», racconta. «Pensavo semplicemente che ci fossero persone nate con le armi e persone nate prigioniere, come me. Che il mondo fuori fosse uguale a quello dentro. Forse per questo non ho mai pensato di fuggire».
Quando parla, la sua voce sembra non tradire nessuna emozione. Non gesticola. Sorride poco. Si muove appena. Senza fare rumore. Alla presentazione del volume sulla sua vita, a Milano, arriva un po’ in ritardo. Dice al microfono che gli hanno rubato la borsa e il portafoglio. Ma non ha voluto fare denuncia. Spera di ritrovarlo.
Da anni gira il mondo per raccontare la sua esperienza. Il regista Marc Wiese l’ha tradotta nel documentario Camp 14, il giornalista Blaine Harden nel libro Fuga dal Campo 14 (Codice Edizioni, 2014), diventato in breve tempo un bestseller tradotto in 27 lingue. Di fronte alla prima Commissione d’inchiesta istituita dalle Nazioni Unite per indagare sulla catastrofe umanitaria nel suo Paese le sue parole erano intervallate da lunghe pause.

( NK Database, Seoul)

 

A quasi 10 anni dalla sua fuga, il suo corpo è una cartina geografica dell’orrore. Le caviglie deformate dai ceppi per tenerlo appeso a testa in giù durante l’isolamento. Il dorso e le natiche marchiati dalle ustioni. Le braccia piegate ad arco per i lavori forzati. Il dito medio della mano destra mozzato, punizione per avere fatto cadere una macchina da cucire. Il basso ventre forato dal gancio con cui le guardie l’avevano appeso sopra le fiamme, per torturarlo. Gli stinchi bruciati dal recinto elettrificato scavalcato durante la fuga.
I suoi genitori si conobbero nel gulag. Tra le baracche. I loro rapporti sessuali erano un premio cui solo i detenuti modello avevano diritto – permessi 5 volte all’anno: una ricompensa per la buona condotta. Dal loro incontro, il 19 novembre 1982, nacque Shin. Che oggi è più o meno coetaneo del dittatore Kim Jong-un. A 32 anni sono le due facce della Corea del Nord di oggi. «Una società nominalmente senza classi – ha scritto Blaine Harde – ma dove in realtà tutto dipende dal sangue e dal lignaggio».

Federica Seneghini, Il Corriere della Sera (per continuare a leggere sul sito del Corriere, clicca QUI).

 

Print«Quando vedo le immagini dell’Olocausto mi metto a piangere come un bambino. Sto ancora cercando di diventare, dalla bestia che ero, un uomo».

«Il libro di Harden, oltre a essere una storia avvincente narrata con il cuore, porta con sé un grosso carico d’informazioni sulle crepe più buie di una nazione».
The New York Times

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Tag: Blaine Harden, Fuga dal Campo 14, Il Corriere della Sera, Nord Corea, Shin Dong-hyuk