Shin Dong-hyuk ha confuso i particolari, non l’orrore

23 gennaio 2015 - rassegna stampa - Il Foglio

Il Foglio ha intervistato Chiara Stangalino, nostro direttore editoriale della narrativa, per fare un po’ di chiarezza sulla vicenda Shin Dong-hyuk.
Un articolo di Giulia Pompili, che vi consigliamo di leggere.

 

«Provate a elencare le differenze tra Auschwitz e Birkenau. Non ci riuscite? Eppure, tecnicamente, uno era il campo di concentramento e l’altro il campo di sterminio. In Corea del nord le cose stanno più o meno così: sappiamo dell’esistenza di vari luoghi, ufficialmente di rieducazione o di lavoro. C’è il campo numero 15 (Yodok), il più famoso campo di lavoro dove finiscono i nemici politici, c’è il campo 18 (Pukchang) a nord di Pyongyang lungo il fiume Taedong, una “colonia penale” che confina con un’altra zona, di cui però si sa poco o niente: il campo numero 14, il peggior campo in cui un nordcoreano possa finire perché, a quanto pare, se finisci lì è perché sei condannato all’ergastolo. Come per ogni notizia sulla Corea del nord, il luogo più misterioso e chiuso del mondo, è quasi impossibile avere fonti certe su cosa accada davvero nei campi. L’unica cosa che si può fare è analizzare, con precisione, i dati di fatto.

“Ho sentito Shin, appena saputa la notizia”, dice al Foglio Chiara Stangalino, direttore editoriale della narrativa di Codice edizioni, che ha pubblicato nel 2014 “Fuga dal campo 14”. “Gli ho espresso la mia solidarietà. E’ un uomo debole”, e per debolezza qui s’intende il de-hìbilis, l’inabile, l’uomo dalla voce fievole con un segreto dentro di sé. Stangalino parla di Shin Dong-hyuk, uno dei più famosi nordcoreani fuggiti dal regime e diventato, nell’arco di una decina di anni, il simbolo della lotta per i diritti umani in Corea del nord. Sabato scorso è finito nel tritacarne mediatico per aver confessato: ho alterato alcune parti del mio racconto. Sulla sua pagina facebook si legge ancora: l’unica persona conosciuta nata in una prigione nordcoreana che è fuggita ed è sopravvissuta. Secondo le nuove dichiarazioni, Shin avrebbe trascorso poco tempo nel famigerato campo numero 14, mentre la maggior parte della sua vita l’avrebbe passata nel campo 18. Le torture subìte gli sarebbero state inflitte dopo un primo tentativo di fuga compiuto a vent’anni, e non a 13 come aveva raccontato. Dettagli che hanno scatenato i sostenitori di Pyongyang (sul sito dell’associazione di amicizia tra Italia e Corea del nord si legge un documento il cui titolo è: “L’infame Shin finalmente smascherato!”) ma che rischiano di mettere in dubbio anche altre testimonianze di disertori e rifugiati.

Le loro dichiarazioni, infatti, sono un elemento sostanziale per la messa in stato di accusa della Corea del nord per violazione dei diritti umani. “Shin ha avuto una debolezza, ma questa non può compromettere tutta la storia”, dice al Foglio Stangalino, “stiamo parlando di una persona che è nata in un campo di concentramento. Aveva 23 anni, era da poco scappato dalla Corea del nord quando ha incontrato Blaine Harden, l’ex giornalista del Washington Post con cui ha deciso di scrivere le sue memorie nel libro ‘Escape from camp 14’. In quel periodo Shin era in mezzo a una crisi personale profonda, era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, aveva continuamente incubi”. E in effetti durante le sue conferenze pubbliche – anche all’Onu, anche davanti a George Bush e a John Kerry – Shin ripete sempre di non riuscire a ricordare tutto. Perché i suoi ricordi si confondono, e perché ci sono cose che non possono essere raccontate, nemmeno con tutta la forza del mondo. E quando è stato diffuso online un video, prodotto dai funzionari di Pyongyang, in cui il padre di Shin – che è ancora in Corea del nord – getta un’ombra di dubbio su buona parte del libro, “forse Shin ha capito che aveva sbagliato una cosa, e doveva tornare indietro nel racconto”, dice Stangalino, “il video del padre in alcune parti è addirittura comico, dice che il figlio era uno scansafatiche perché non voleva mai andare a lavorare in miniera!”. A oggi però la Penguin, la casa editrice americana che ha pubblicato la versione originale del libro, sta “valutando” cosa fare del volume. “Io le interviste le faccio, se proprio ci tenete. Ma non ci credo più. Per i giornali sono soltanto un’altra bella storia”, aveva detto Shin al suo arrivo in Italia a Chiara Stangalino. Qualunque cosa succeda in Corea del nord, i segni indelebili sul corpo e nella testa di Shin parlano chiaro».

Giulia Pompili, Il Foglio (per leggere quest’articolo sul Foglio, clicca QUI).

 

shin«Quando vedo le immagini dell’Olocausto mi metto a piangere come un bambino. Sto ancora cercando di diventare, dalla bestia che ero, un uomo».
Shin Dong-hyuk

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