Shin Dong-hyuk e l’umanità cancellata nel campo 14

10 ottobre 2014 - rassegna stampa - Il manifesto

«L’ammissione delle autorità di Pyongyang è arrivata a pochi giorni dalla conclusione del viaggio in Europa di Shin Dong-hyuk, l’unico prigioniero che sia riuscito a fuggire dai campi di prigionia della Corea del Nord. Ieri per la prima volta un rappresentante del regime, il ministro degli Esteri Choe Myong Nam ha ammesso l’esistenza di quelli che ha definito come semplici “campi per la rieducazione tramite il lavoro”: in realtà strutture in cui sono imprigionate circa 200mila persone, la cui sola colpa è di essere soltanto parenti o amici di chi ha osato opporsi o manifestare qualche critica al sistema dittatoriale instaurato negli anni Cinquanta da Kim II-Sung e giunto fino ai nostri giorni. Luoghi da cui in pochi sono usciti ancora in vita.

Il paese asiatico lungo i cui confini si consumò uno dei conflitti fondativi della Guerra Fredda, oggi retto, forse, da Kim Jong-un, nipote del “Presidente eterno”, vive immerso da oltre mezzo secolo in una cupa paranoia che cerca di esorcizzare la fame e la miseria che dilagano tra la popolazione, imponendo un capillare sistema repressivo basato sul sospetto e la delazione. Il regime ha però sempre negato, malgrado i ripetuti pronunciamenti in tal senso di Amnesty International o dell’apposita commissione creata dalle Nazioni Unite, l’esistenza dei campi. Che ora inizia, timidamente, ad ammettere. Del resto, di fronte a documenti drammatici e straordinari come Fuga dal Campo 14, il volume in cui l’ex corrispondente del Washington Post dall’Asia, Blaine Harden, ha raccolto i ricordi di Shin Dong-hyuk, appena pubblicato da Codice Edizioni, è difficile pensare che il mondo possa restare in silenzio, come che il regime di Pyongyang possa nascondersi dietro la propria “ragion di stato”.

Figlio di prigionieri, nato nel 1982 nel Campo 14 (uno dei più vasti e terribili del sistema repressivo nordcoreano, è grande quanto Los Angeles ed è visibile su Google Maps, ma il regime ne ha sempre negato l’esistenza), Shin Dong-hyuk ripercorre l’orrore quotidiano di una vita segregata in cui ogni affetto o legame viene rigidamente impedito -lui stesso finirà per denunciare la madre e sarà poi costretto ad assistere alla sua esecuzione ad opera delle guardie-, dove i prigionieri lavorano come schiavi, ad esempio nelle fabbriche di divise dell’esercito, sono costretti alla fame e vengono puniti anche solo per uno sguardo di troppo rivolto ai sorveglianti. Non solo, in molti casi, come quello della sua famiglia, i prigionieri stanno pagando ancora oggi “colpe” come quella di un suo zio che tentò di raggiungere la Corea del Sud alla fine degli anni Cinquanta. Dopo 23 anni passati in un simile inferno, Shin Dong-hyuk ha trovato il coraggio di fuggire, e si batte ora per far conoscere il dramma dei campi di prigionia della Corea del Nord».

Guido Caldiron, il manifesto (per continuare a leggere sul manifesto, clicca QUI).

 

Print«Quando vedo le immagini dell’Olocausto mi metto a piangere come un bambino. Sto ancora cercando di diventare, dalla bestia che ero, un uomo».

«Il libro di Harden, oltre a essere una storia avvincente narrata con il cuore, porta con sé un grosso carico d’informazioni sulle crepe più buie di una nazione».
The New York Times

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Tag: Blaine Harden, Corea del Nord, Fuga dal Campo 14, Shin Dong-hyuk