Shin Dong-hyuk: da schiavo a uomo libero

21 ottobre 2014 - rassegna stampa - Elle

«A 13 anni odiava a tal punto la madre e il fratello da denunciarli. E quando li ha visti morire non ha versato una lacrima. Se l’erano meritato: il fratello aveva cercato di scappare e la madre lo stava aiutando. Secondo le regole, questo reato avrebbe messo in pericolo la vita di tutta la famiglia, inclusa la sua. E lui ha fatto la spia. Oggi Shin Dong-hyuk ha 32 anni. È il primo e unico essere umano nato schiavo in un campo di prigionia della Corea del Nord ad aver conquistato la libertà con la fuga. Per 23 anni della sua vita, il suo mondo è stato quello del Campo 14, un lager grande quanto la città di Los Angeles, a nord di Pyongyang. La sua esistenza d’inferno -fatta di pestaggi, lavoro forzato e fame cronica- sarebbe finita solo con la morte. La sua colpa? Essere figlio dei suoi genitori, nemici del regime. Questa incredibile esperienza è racchiusa in un libro, Fuga dal Campo 14, scritto dal giornalista del New York Times Blaine Harden (Codice Edizioni).

Oggi Shin vive a Seoul, è Testimone Numero Uno della Commissione Onu che indaga sui crimini del regime nordcoreano e gira il mondo per mobilitare l’opinione pubblica internazionale contro i campi di prigionia del suo Paese.

Visto di persona, Shin Dong-hyuk sembra ancora più giovane. Ha un’aria timida e conserva l’abitudine di non fissare mai negli occhi il suo interlocutore, inculcatagli nel campo. Da nove anni è un uomo libero, ma si sente ancora come un bambino ai primi passi nel mondo. “Non ho ancora capito cosa sia la libertà”, confessa. “Imparo ogni giorno, ma so di essere appena all’inizio”. Per Shin, infatti, essere libero implica anche rinascere come essere umano, scoprire l’esistenza di sentimenti che nel lager non ha mai conosciuto. È rimasto sconvolto nello scoprire che la normalità di una famiglia è basata sull’amore. “Ero sorpreso anche dall’affetto delle altre persone nei miei confronti. La felicità e l’amore erano sentimenti che non conoscevo. Ho imparato a vederli emergere nel mio cuore grazie a chi ho incontrato dopo la mia fuga. Ma non è stato facile. Per esempio, per me era imbarazzante essere abbracciato. Non sono stato abituato a questi gesti”».

Maria Tatsos, Elle (per continuare a leggere su Elle, clicca QUI).

 

Print«Quando vedo le immagini dell’Olocausto mi metto a piangere come un bambino. Sto ancora cercando di diventare, dalla bestia che ero, un uomo».

«Il libro di Harden, oltre a essere una storia avvincente narrata con il cuore, porta con sé un grosso carico d’informazioni sulle crepe più buie di una nazione».
The New York Times

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