«Nella smart city i diritti digitali vanno ai cittadini» – Matteo Grandi intervista Francesca Bria, Il Messaggero

03 settembre 2018 - rassegna stampa - Il Messaggero

«Francesca Bria ha scritto un libro a quattro mani con Evgeny Morozov, Ripensare la smart city, un saggio che indaga i temi dell’innovazione senza però lesinare critiche: dallo scollegamento con i problemi reali della gente alla ricerca tecnocratica del dominio sulla nostra vita urbana. […] Partiamo dal suo saggio: lei e Morozov analizzate con approccio critico le smart city, studiando le connessioni tra le infrastrutture digitali e i programmi politici ed economici che le città hanno intrapreso o potrebbero intraprendere. “In primis ci tengo a dire che il messaggio di fondo del libro è che ci vuole una città di diritti digitali e non solo di servizi. Nella prima parte del saggio c’è una critica alla versione di smart city legata al capitalismo digitale predatorio in cui tecnologia e dati non vengono messi a servizio delle persone, ma diventano il nuovo branding su cui le grosse imprese del big tech si nascondono per fare business: un approccio monopolistico e privatistico delle nuove strutture che genere austerità digitale. Uno scenario poco incoraggiante in cui tutto è in mano a poche imprese”».

Sviluppo digitale ma con dati e servizi nelle mani dei cittadini: un’utopia o una possibilità concreta? Nella sezione dedicata alla tecnologia del “Messaggero” un’ampia intervista a Francesca Bria, assessore dell’Innovazione del Comune di Barcellona e autrice, insieme a Evgeny Morozov, del saggio Ripensare la smart city, da poco in libreria.

Leggi l’intera intervista QUI.

“Ripensare la smart city” di Francesca Bria ed Evgeny Morozov. Illustrazione in cover di Andrea De Santis.

L’aggettivo “smart” è la quintessenza dell’era digitale in cui viviamo, che ha promesso così tanto ma mantenuto così poco. Tutto sembra essere “intelligente”, dagli spazzolini da denti fino alle città, quelle smart cities che nell’ultimo decennio hanno conquistato l’immaginario collettivo e plasmato il lavoro di urbanisti, funzionari, politici e interi settori industriali. Sono però molte anche le critiche: lo scollegamento con i problemi reali della gente, la ricerca tecnocratica del dominio sulla nostra vita urbana, l’ossessione per la sorveglianza e il controllo, l’incapacità di pensare a strategie che mettano i cittadini – non le aziende o gli urbanisti – al centro del processo di sviluppo. Questo saggio analizza alcune delle critiche alle smart cities, e studia le connessioni tra le infrastrutture digitali che hanno riplasmato il paesaggio tecnologico delle città e i programmi politici ed economici che queste hanno intrapreso
o potrebbero intraprendere
a breve.

Dagli spazzolini da denti alla crescita, dalla casa alla città, oggi tutto sembra essere “intelligente”.

Un saggio lucido e tagliente su uno dei concetti più usati (e abusati) di questo inizio di millennio.

 

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