Morozov: “Sulla privacy l’Europa non ha un progetto politico”

15 ottobre 2015 - rassegna stampa - La Stampa

evgeny_morozov2“La realtà è che non abbiamo alternative”. Al telefono da Boston parla il sociologo Evgeny Morozov, che stasera sarà a Settimo Torinese per un’anteprima delFestival dell’Innovazione e della Scienza e domani alla Scuola Holden . Le sue parole diventano sempre meno intellegibili, poi la linea cade. Sta discutendo dell’NSA, l’intelligence americana che secondo le rivelazioni di Edward Snowden ha spiato milioni di privati cittadini per proteggere il mondo dal terrorismo. Così, quando la conversazione riprende dopo diversi tentativi, Morozov ricomincia divertito: “Mi meraviglia come del Datagate sia stato enfatizzato tanto l’aspetto della privacy”, dice. “È un punto di primaria importanza, ma a me quello che colpisce di più è l’idea di un impero fondato sui dati, che ha bisogno di accumulare informazioni su tutto e collegarle”.

In un saggio del suo prossimo volume Silicon Valley. I signori del silicio, in uscita a gennaio per Codice Edizioni, Morozov cita il filosofo italiano Remo Bodei a proposito del delirio come “incapacità di filtrare una massa enorme di dati”. È quello che fa l’intelligence (americana e non solo): non esiste la casualità, tutti i dati vengono analizzati e organizzati in una struttura logica almeno all’apparenza. “L’idea è che se non possiamo ancora mettere in relazione due informazioni è perché non abbiamo cercato abbastanza, o perché manca un terzo eleemento per dare un senso al tutto”. Questo approccio nasce, per Morozov, dalla pratica dei giganti della Silicon Valley, che raccolgono informazioni ogni volta che usiamo i loro servizi. Le conseguenze però sono molto diverse: intrecciando clic, tempi di permanenza su una pagina, spostamento del mouse, ricerche e utilizzo dei vari servizi si costruisce un identikit del consumatore, mentre con i dati raccolta dalla NSA si può arrivare a considerare un soggetto come buon cittadino o come terrorista. Un errore da parte di Google o Facebook porta oggi al massimo una pubblicità che non ci interessa sullo schermo, “ma se a sbagliare sono NSA o Cia potrebbe nascerne un attacco di droni. Oppure, se ci va bene, potremmo vincere una gita di sola andata a Guantanamo tutto incluso”.

Per Morozov non esistono alternative, nel senso che è illusorio immaginare un approccio diverso tra Europa e Stati uniti. Un esempio è la recente sentenza della Corte di Giustizia Ue che dichiara non valido il principio del Safe harbor, per cui finora le aziende statunitensi sono state considerate automaticamente capaci di garantire la privacy dei cittadini anche quando hanno manipolato e spostato dati personali dei loro utenti europei su server negli Usa. “Qualche mese fa la Francia ha approvato una legge che mette in discussione il concetto di privacy in maniera radicale, consentendo una sorveglianza invasiva come negli Usa: c’è una certa ipocrisia in questo. D’altra parte manca omogeneità di vedute tra i vari Paesi dell’Unione, non vedo un disegno politico comune. Penso che l’Europa abbia perso la sua indipendenza di giudizio molto tempo fa e quella della Corte di giustizia Ue non è certo una presa di posizione contro le compagnie americane”.

Manca, per Morozov, la capacità di pensare fuori dagli schermi della tecnologia, così anche il discorso sulla privacy si riduce spesso a un discorso sui dati che produciamo. E che scambiamo per acquistare servizi: ricerche personalizzate, assistenti virtuali sempre più efficienti, interazioni più semplici con macchine e servizi. “Prendiamo ad esempio i corsi online”, osserva il sociologo autore diContro Steve Jobs. “Una delle piattaforme più usate, Coursera, fondata da un ex dipendente di Google, oggi identifica gli studenti dai tratti del volto e dalla velocità con cui scrivono sulla tastiera. È un modo facile e veloce di sapere che dall’altra parte del computer c’è davvero quella persona e quindi di seguire i suoi progressi, ma sappiamo come queste informazioni saranno usate in futuro?” I corsi online permettono di offrire a studenti di tutto il mondo le stesse opportunità di educazione dei Paesi più sviluppati, e però per Morozov non sono gratuiti come sembrano: “Chi li usa paga con i suoi dati, al posto del denaro”, conclude.

Bruno Ruffilli, La Stampa
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