Gli amici che non ho: il nuovo Barney che colleziona donne e debiti

12 marzo 2015 - rassegna stampa - La Repubblica

«Il collezionista di donne e di debiti. Il nuovo romanzo del quarantaquattrenne milanese Sebastiano Mondadori, Gli amici che non ho (Codice Edizioni) ci regala un personaggio scorretto come il Barney di Mordecai Richler. Un comico fallito, che idolatra Woody Allen, ma finisce ad animare le feste del PD e a gestire un bar in una imprecisata provincia italiana. Un cialtrone irresistibile e povero in canna. Giuliano Sconforti, questo il nome del protagonista, deve restituire quattromila euro a un rumeno in otto giorni, altrimenti gli fa saltare il bar. Al cinema sarebbe un incrocio tra Marcello Mastroianni e Riccardo Scamarcio. Andrà al Premio Strega, candidato da Antonio Pascale e Lorenzo Pavolini. Oggi sarà presentato all’Accademia della Felicità in corso di Porta Romana 100 alle 18.30 dall’autore con Elisabetta Bucciarelli e Francesca Scotti.

Quanto c’è di autobiografico in Sconforti?

È lo sfogo di un uomo che rivede la sua vita attraverso le donne che ha avuto, a ognuna delle quali attribuisce un soprannome: la Vedova, l’Orfana, l’Attricetta, l’Ebrea Errata. Gli amici lo abbandonano, le ex mogli lo perseguitano, le amanti scalpitano, e ha un debito che potrebbe rovinarlo. In comune abbiamo l’essere diventati outsider. Ci muoviamo fuori dal coro. Odiamo il buonismo e le pose radical chic. Non mi piace neanche l’ambiente editoriale. I miei migliori amici sono baristi, meccanici.

Non rischia di sembrare un personaggio un po’ misogino?

Sconforti è meno spregevole di quello che appare. In fondo, è un benefattore delle donne, se le prende a cuore. Ci sono due tipi di Don Giovanni: per quello seriale una vale l’altra, fa una corsa contro il tempo per arraffare quante più conquiste possibili; invece il Don Giovanni sentimentale, quello che racconto io, ogni volta s’innamora. Prova a reinventarsi. Ha una devozione struggente all’attimo.

L’aspetto più interessante del romanzo è quello sulla crisi. Quale Italia descrive?
L’Italia in cui quattromila euro non sono più una cifra irrisoria. Il protagonista non si vergogna di niente -tradisce, fa il buffone su ogni tipo di palcoscenico, mente-, ma non riesce a chiedere soldi in giro. È la storia di un fallimento, acuito da un paese in cui con la cultura non si mangia. Se avesse fatto l’idraulico, non si sarebbe trovato in bancarotta. I mestieri artistici e i libri non contano più niente.

Lei se n’è andato da Milano perché era una città troppo dura?
Otto anni fa ho avuto l’opportunità di aprire e dirigere Barnabooth, una scuola di scrittura creativa a Lucca, che è diventata la mia seconda casa. Ma in ogni romanzo, anche in questo, metto la mia città. Ai Giardini pubblici ho passato i pomeriggi più belli della mia infanzia, un tempo infinito a giocare a pallone. Milano è la perfezione del passato. Più ne sto lontano, più la trovo bella, quando ci torno.

Mondadori vuol dire editoria. Che rapporti ha con la sua famiglia?
Ogni volta che ne parlo, faccio casini. Sono fiero di mio nonno Alberto, il figlio di Arnoldo. È morto quando avevo sei anni, sono cresciuto nel suo mito. Ha diretto la Mondadori, ha fondato il Saggiatore, è stato un poeta, era cugino di Mario Monicelli, con cui ho scritto un lungo libro-intervista (La commedia umana). Sono loro i miei grandi maestri, purtroppo mancati».

Annarita Briganti, la Repubblica ed. Milano (per leggere l’articolo in versione originale su Repubblica, clicca QUI).

 

 

mondadori_copertina«Dentro il gonfiore di un’espressione attonita, la stessa di mio padre dopo i quarant’anni, cerco di rinvenire i tratti originali di una gioventù di cui è sopravvissuta solo la rabbia: ammansita dalle sconfitte, è una rabbia che dispera piano. Se sorrido, sono convinto di sorridere ancora con la dolcezza sprovveduta di un tempo»

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