Geoff Mulgan – L’ultimo giorno delle locuste

23 settembre 2014 - rassegna stampa - Domenica - Il Sole 24 Ore

«Secondo la grande immaginazione poetica di John Donne, nessun uomo è un’isola. Eppure, l’antropologia soggiacente al modello di capitalismo di mercato che è stato il riferimento permanente e per certi versi indiscutibile dei modelli e delle strategie di crescita economica degli ultimi cinquant’anni si basa proprio su questo principio: che tutti gli esseri umani siano in ultima analisi “isole”, ovvero soggetti razionalmente focalizzati sul perseguimento di propri interessi personali, auto-centrati e auto-riferiti, e che le relazioni tra esseri umani siano conseguentemente guidate da una razionalità strumentale al perseguimento di tali interessi. Le relazioni, in altre parole, non hanno significato in sé, ma soltanto nella misura in cui ci permettono di soddisfare i nostri interessi e perseguire gli scopi ad essi legati. Nelle sue forme più estreme, questo approccio antropologico ha provato a spiegare tutte le forme di relazione umana, e tutti i modelli di organizzazione sociale che questa ha generato, come risultato di scelte ottimizzanti di soggetti razionali auto-interessati. Ricondurre il mondo delle relazioni sociali alla dimensione del comportamento auto-interessato ha una valenza descrittiva, ma anche più o meno implicitamente normativa: se il senso della relazione è strumentale, chiunque ricerchi nella relazione stessa una valenza non-strumentale è un ingenuo, un idealista, ed è quindi destinato a essere amaramente disilluso.

Nel suo L’ape e la locusta, Geoff Mulgan porta una critica radicale a questo approccio, argomentando come non solo il futuro, ma sempre più anche il presente delle nostre società e delle nostre economie sia animato al contrario da una centralità sempre più pervasiva ed evidente nella relazione come motore ed elemento di valore delle nostre scelte. Mulgan rilegge la vicenda della formazione e dell’evoluzione del capitalismo moderno in termini di una dialettica tra creazione e predazione, ovvero tra la logica dell’ape e quella della locusta: vedere cioè la complessità delle relazioni umane come risorsa fondamentale per la produzione di valore e di significato, oppure come terreno di caccia per l’opportunismo razionale.

Per Mulgan, molte delle più evidenti contraddizioni del capitalismo maturo sono riconducibili proprio all’istituzionalizzazione dei comportamenti predatori come “conseguenza naturale” dell’antropologia dell’auto-interesse, a cui però inizia a contrapporsi in modo sempre più evidente una modalità di funzionamento alternativa centrata su forme complesse di cooperazione sociale non soltanto dal punto di vista delle strategie per ottenere determinati obiettivi, ma anche e soprattutto dal punto di vista della natura degli obiettivi stessi: il fare insieme, il condividere il senso di una narrazione collettiva come dimensione centrale del ben vivere».

Pier Luigi Sacco, Il Sole 24 Ore (per continuare a leggere sul Sole 24 Ore, clicca QUI).

 

mulganLe api rappresentano il capitalismo al suo meglio: sono i produttori che generano beni di valore per il prossimo, che si tratti di tecnologie ingegnose, cibo di qualità, automobili o farmaci. Incanalando questa energia costruttiva, il capitalismo ha migliorato le condizioni di vita di tutti, più di qualsiasi altro sistema economico. Le industriose api hanno però una loro controparte: sono le voraci e irresponsabili locuste, predatrici attratte da profitti immediati che, favorite dalla negligenza di molte società e dall’assenza di adeguati organi di controllo, hanno provocato crisi e recessioni, mettendo in pericolo la sopravvivenza dell’intero sistema. La storia ci insegna che questa situazione non potrà andare avanti a lungo; ma il capitalismo, dice Mulgan, ha in sé tutti gli strumenti per superare la crisi, uscendone rinnovato e più umano.

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