Il suicidio è un atto di arroganza cronologica

09 dicembre 2013

«Nel corso degli ultimi decenni abbiamo fatto qualche passo avanti nella compresione delle malattie mentali, e anche messo a punto dei farmaci per contribuire a mitigare le loro conseguenze. Ma non abbiamo fatto nessun progresso riguardo al suicidio.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il tasso di suicidi globale è aumentato del 60 per cento negli ultimi 45 anni. L’aumento in questo Paese (gli Stati Uniti, ndr) non ci si avvicina neanche lontanamente, ma tra il 1999 e il 2010 il tasso dei suicidi negli americani tra i 35 e i 64 anni è cresciuto del 28 per cento. Muoiono più persone suicidandosi che a causa di un incidente d’auto.

Quando si guardano da vicino i numeri, salta fuori tutta una serie di correlazioni. Gli abitanti degli stati americani occidentali sono più propensi a uccidersi rispetto agli abitanti di quelli orientali. E in Francia si ammazzano più di quanto non facciano nel Regno Unito.

Ma le persone non si tolgono la vita a gruppi. Si suicidano, per la maggior parte, uno per uno. Gli individui che tentano il suicidio sono sempre soggetti a fattori sociologici di rischio, ma hanno bisogno di un motivo, o di un avvenimento, per essere portati al limite e per giustificare la loro azione. Se si vuole prevenire il suicidio, naturalmente, bisogna ridurre disoccupazione e isolamento, ma anche affrontare le motivazioni e gli avvenimenti che sembrano giustificarlo.

Alcune persone si suicidano perché si è dissolta la percezione che hanno della propria identità. Altri lo fanno perché detestano se stessi. Altri ancora si sentono incapaci di partecipare al mondo. La scrittrice Anne Sexton, prima di uccidersi, ha scritto questo messaggio:

“Ascolta, la vita è bella, ma io non posso viverla. Posso essere viva, sì, viva, ma non in grado di vivere la vita. Ecco, è questo il guaio. Io sono come una pietra dotata di vita… Bloccata al di fuori di tutto ciò che è reale… Vorrei -o penso che vorrei- star morendo di qualcosa, così potrei esser coraggiosa, ma non stare per morire eppure… Eppure essere dietro a un muro, guardando gli altri -chiunque- farcela a stare dove io invece non riesco a stare, parlare dietro un muro grigio di nebbia… Per sbagliare tutto… Non sono una parte, un mebro della società. Sono congelata”.

Nel suo libro eloquente e toccante Stay: una storia del suicidio e delle filosofie contro il suicidio, Jennifer Michael Hecht presenta due argomentazioni, sperando che chi sta contemplando il suicidio le tenga a mente.
La prima è che «Il suicidio è un omicidio rimandato». I suicidi avvengono “a grappolo”, con l’uccisione di una persona che influenza quelle degli altri. Se un genitore si toglie la vita, i figli di lui o lei saranno tre volte più propensi a fare la stessa cosa a un certo punto delle loro vite. Nel mese che seguì l’overdose di Marilyn Monroe, in America ci fu un aumento dei suicidi del 12 per cento. Le persone che stanno per uccidersi potranno sentirsi isolate, ma, nei fatti, sono profondamente connesse con chi le circonda. Come ha detto Hecht, se vuoi che tua nipote superi i suoi periodi neri, tu devi superare i tuoi.

La sua seconda tesi è che bisogna che viviate per un motivo molto semplice: lo dovete ai voi stessi del futuro. Uno studio del 1978 ha rintracciato 515 persone che erano state fermate poco prima di buttarsi dal Golden Gate (il ponte iconico di San Francisco, ndr). Decenni dopo, Hecht scrive: “Il 94 per cento di quelli che avevano provato ad ammazzarsi gettandosi da quel ponte era ancora vivo o era morto per cause naturali”. Il suicidio è un atto di arroganza cronologica, la convinzione che l’impulso del momento abbia il diritto di emettere una sentenza sui decenni futuri».

David Brooks, The New York Times (per continuare a leggere -in inglese- clicca QUI).




David Brooks, columnist del New York Times e commentatore politico tra i più importanti in America, ha pubblicato con noi il suo bestseller: L’animale sociale.

David Brooks - L'animale socialeLe discipline che studiano il cervello umano – dalle neuroscienze alla sociologia, dall’economia comportamentale alla psicologia – hanno ormai scardinato la concezione secolare dell’uomo come entità divisa: da un lato la ragione a comandare, dall’altro le passioni da controllare. Un disegno che non rende conto della meravigliosa profondità dell’essere umano, e che anzi ha causato danni sul piano sociale, politico ed economico. L’inconscio non è solo importante, ma è il vero motore del nostro pensiero e delle nostre azioni, il reale e concreto fondamento della ragione. E l’uomo non è un animale razionale e individualista: al contrario, è un animale sociale, definito dalle relazioni con gli altri e legato ai suoi simili. «È come se vivessimo in una casa dove abbiamo sempre saputo che c’era un seminterrato» scrive David Brooks. «Ora però abbiamo scoperto che quel seminterrato è molto più grande di quanto avessimo mai pensato».

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